__Il Libro Self-Analysis di Karen
Horney (1948), psicoanalista e terapeuta di scuola freudiana,
definita non propriamente "ortodossa" e tanto
meno "dogmatica" da Herbert Marcuse in "eros and
Civilisation", ci offre spunti assai significativi. Nutrito
di un ricco bagaglio clinico si pone in alternativa e in polemica
con chi faceva dell'autoanalisi (o almeno ne diffondeva il verbo
più o meno salvifico) a buon mercato. Facili sirene della
self-analysis elevata a sistema, contro cui la Horney polemizza
spesso evitando perfino ogni richiamo bibliografico per ovviare
ad una identificazione.
__La Horney si rifà al concetto
di autoriconoscimento (1948, p. 211-214, passim) che tendenzialmente
l'analista classico è portato a respingere; tuttavia ciò
non implica che l'autoanalisi "indiscriminata" (cioè
autonoma da ogni altra considerazione e valutazione) possa valere
e servire effettivamente.
__Karen Horney accenna a due modalità
di autoanalisi: occasionale, cioè periodica, non duratura
e "sistematica" in cui all'analista/terapeuta rimane
il compito di coordinare-sistemare-far convergere, "ricapitolare",
e mettere ordine, e interpretare cio che il "paziente",
lasciato in certe fasi a sè stesso, ha prodotto.
Certo il concetto di "autoanalisi" è di per sè
"affascinante". Il fatto è che il tutto va precisato
e contestualizzato.
__Per il reflector e chiunque si
occupi di reflecting, l'impegno è assai diverso, dato che
"non interpreta" ne "prende appunti" che fatamente
condizzionerebbero, volens nolens la persona, e conduce alla riflessione
stimolandola con segni e parole impiegate intenzionalmente; un
agire comunicativo-strategico funzionale idoneo a soddisfare il
bisogno di analizzare e riflettere, promuovere una esperienza
interiore, favorire la connotazione di ogni fenomeno coscienziale,
rendere efficace l'intervento.