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Reflecting e la poesia
Eugen Galasso

__ Da anni, ormai, il metodo reflecting, terapeutico non invasivo, si è affermato e imposto con un "giro di volta" à la Fjtriof Capra (o di vite, per citare il grande Henry James, che però si riferiva alla famosa rottura epistemologica, preconizzata-quantomeno- da Louis Althusser.
__ Finora, oltre a un convegno relativamente recente, "Reflecting-Reflector", tenuto a Firenze nell'ottobre 2008, in cui alcune tesi sono emerse con grande forza, così come progetti in relazione all'attività concreta del reflector in ausilio alle professioni, sul tema sono uscite alcune opere ad extra, oltre a materiali e dispense "ad uso interno", ovviamente. Tra le opere "ad extra", vorrei citare, Pesci G., Pesci S., Viviani A., Il reflecting, Roma, MaGi, 2003; a cura di Simone Pesci, Manuale di Reflecting con saggi dello stesso S. Pesci, G. Pesci, A.Viviani, S. Gaiffi, M. Mani, L. Sarais, L.Vera, C. Testi, E.Gaiffi, Roma, MaGi, 2005; G. Pesci, Il Tavolo di Cristallo, Roma, MaGi, 2008, non senza richiamare anche altre due opere: Percorso clinico, Roma, MaGi, 2004 e il recentissimo G. Pesci-A. Viviani, Il facile mestiere di genitore, Roma, MaGi, 2008, oltre ai vari interventi proposti al convegno del 2008, disponibili sul sito www.reflecting.it.
__ Ma perché, si chiederà, non a torto qualcuno, insistere sulla metodologia-epistemologia di qualcosa che sfugge all'ambito della "conoscenza" poetica (risparmio qui al lettore ogni querelle sulla questione, ogni accenno e tanto più ogni dettaglio sulla questione e sulle querelles tra Heidegger, Benjamin e Gadamer, ma ciò che oggi è appurato è che l'atto poetico, quindi a fortiori poietico, creativo-creatore, è al tempo stesso atto conoscitivo). Ma se è conoscitivo, a fortiori è autoconoscitivo, cioé a dire di autonoscenza, allora qui la mia argomentazione è volutamente logico-deduttiva, da teorema matematico, anche se… sarà proprio interessante per il "reflecting", che del "Gnòzhi Sautòn", fa un primum fondamentale. Il senso "Conosci te stesso" era il motto di almeno 2500 anni fa, impresso all'ingresso del tempo di Delfi-Delfo (ciò ad libitum del traduttore dal greco), prima di essere la divisa socratica. Ora, proprio su ciò, nel recente convegno di Firenze, il prof. Alberto Sedini, nella sua relazione sull'epistemologia del reflecting, ha detto che le finalità socratiche sono pienamente condivisibili dal reflector, non invece le modalità-i metodi per attuarlo. La maieutica, dice in sostanza Sedini, va benissimo, perché aiuta a conoscersi, ma non va bene la maieutica socratica, che tende quasi a usare il "forcipe" per "cavare fuori" dalla persona, quantomeno potremmo accusare il sommo pensatore greco di "persuasione occulta" come è intesa da Vance Packard. Il tutto è confermato da Guido Pesci nel suo libro "Il tavolo di cristallo", in cui smonta il dialogo socratico, che in realtà spesso, forzando un po' i termini, è un monologo mascherato, comunque l'imposizione di un pensiero alla persona.
__ Meglio chi fa da "vetro", da "cristallo", da "cassa di risonanza" (tutte espressioni chiaramente metaforiche, che uso solo, le prime in omaggio al libro pesciano, che richiama anche questo, l'ultima perché più convenzionale, nota a tutti o quasi), se vogliamo essere più concreti e meno metaforici, da tramite e facilitatore; dove ciò non implica una semplificazione del percorso, anzi, per dirla ancora con G. Pesci, non inteso come "Vangelo", Carl Schmitt, Giovanni Gentile, "Prawda", "Rude Pravo", "Libretto Rosso", a seconda delle preferenze e/o appartenenze, ma come utile veicolo conoscitivo.
__ "Per giungere alla conoscenza di se stessi si devono intraprendere analisi complesse, indagini esplorative, percorsi difficili da seguire, viaggi e attraversamenti, vi sono conchiglie da aprire, foreste da superare: bisogna raggiungere le profondità della propria esistenza interiore per permettere al materiale più profondo di emergere" (op.cit., p. 78).
__ Ciò vale come meta, ma come giungervi? Sicuramente, secondo Pesci, seguendo una "nuova maieutica", che non sarà quella socratica, sostanzialmente derivante dall'esterno, dal "fuori", da un condizionamento sempre sottaciuto, ma pur sempre presente (nel caso migliore quello del Chirone poco disposto a ritirarsi, a farsi da parte, anche se "illuminato", mentre nel caso peggiore sarà il confessore-inquisitore-scrutatore, ferocemente "laico"), ma quella, appunto, del reflecting, che "non può affidarsi soltanto alla parola, usata e abusata per incitare, correggere, confutare, spiegare, guidare, persuadere o dissuadere" (op.cit., p.84). Questo, allora, il vero compito del reflector, diremo, per comodità "non socratico", o, se volete, non più socratico: non è un dispensatore di consigli, né un consigliere-persuasore; la capacità del reflector è l'ascolto, un "ascolto con il terzo orecchio" ascoltare quel silenzio, quella "sighé che è vera orgine dell'essere", e un "ascoltare con gli occhi" (S. Pesci, Manuale di Reflecting, Roma, MaGi, 2005, p.93).
__ L'ascolto e il silenzio nel reflecting e nella poesia: Discettare qui su poesia e reflecting comporterebbe una trattazione pressoché infinita: eppure credo che almeno alcuni esempi siano illuminanti. Moltissimi sono riferibili alla qualità di sintesi minimalistica di frasi, anche spezzate, ellittiche. Nella poesia, almeno dal simbolismo in poi, di spezzature, di frasi frante, troviamo ampi esempi, per non dire -ma non solo- dell'ermetismo italiano, raffrontabili (ovviamente con le debite differenze) al reflecting, declinato soprattutto in chiave borgesiana e ungarettiana, come ha sostenuto in modo molto efficace anche Nicoletta Coppola in "Abitare il silenzio" (relazione in Atti del Convegno Firenze, ottobre 2008 op.cit.).
__ Ma su come la sighé emblematizzi la poesia, basti citare esempi anche differenti riferiti al misticismo, quasi sempre espressi in forma poetica in Meister Eckehart, in Seuse-Suso, cattolici del Medioevo, in Boehme, mistico evangelico del Cinquecento-Seicento, amatissimo dagli idealisti, Schelling in primis, ma poi in tutto il Siglo de Oro, certo improntato alla Controriforma, ma al tempo stesso "apertissimo", considerato lo spirito del tempo, il "Zeitgeist" (basti pensare a Pedro Calderon de La Barca, che ha parole di fuoco, insultanti e volgari, contro Lutero e contro l'ebraismo, ma al tempo stesso scrive "La vida es sueno"), a Santa Teresa de Avila, che scrive, oltre alla "Vida", "Los Morados", che reca anche il titolo "Castillo Interior", che già nell'emblema reca tutto un programma, chiaramente... Ma altrettanto vale per esempio, in tutta quella tradizione che, oggi (in particolare stanti gli attuali rapporti di forza nella Chiesa cattolica), viene considerata "eretica" ed "espunta" (mai totalmente, però, perché non sarebbe possibile, in quanto appartiene alle fonti fondamentali del protocristianesimo) quale quella gnostica (cfr., in italiano, almeno i "Vangeli Apocrifi", le "Apocalissi e Lettere Apocrife" -Piemme, 1999, e "Vangeli Gnostici"-Adelphi, 1981). Sono solo alcuni esempi di come la poesia intrecci il reflecting, se vogliamo, la vita nel suo fluire, ma anche di come avvenga il contrario, ossia di come possa essere la poesia a fluire dalla vita. Pensiamo alle sospensioni, anche esemplificate dal segno grafico corrispondente, dalle interruzioni e dalle pause nelle loro diverse articolazioni. Non mi riferisco qui ad un genere poetico particolare (lo haiku e l'epigramma, probabilmente, risalterebbero più facilmente, ma al tempo stesso bloccherebbero la riflessione), ma a forme metriche quali l'allitterazione (la durezza e la spezzatura, un corrispettivo diretto, spesso non totalmente individuabile), l'anafora (l'insistenza, l'estensione -ampliamento di un'impressione, una sensazione, un sentimento, un pensiero), l'iterazione, l'onomotapea (ritorno alle radici, espressione semplice e diretta), che sono più esemplari di un "ponte" che non è certamente mera invenzione, mero artificio.
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