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CONOSCI TE STESSO
Simone Pesci

Ampi mutamenti sono intervenuti nel campo delle psicoterapie. Siamo spettatori di modelli empiristi che pretendono d'essere anche euristici e produttori di teoria, così come di modelli razionalisti che pretendono di discendere dalla pratica e dalla sperimentazione, riducendo complessi sistemi di pensiero solo all'una o all'altra di queste due strategie. Un'incertezza che ci fa sentire ancor più imbarazzati se prendiamo a riferimento i cosiddetti "modelli": comportamentista, cognitivista, psicodinamico o della terza forza, intesa come alternativa tra la psicologia oggettivistica, comportamentistica e il freudismo ortodosso, "un nuovo modo di percepire e pensare…una psicologia non puramente descrittiva o accademica che suggerisce l'azione ed implica certe conseguenze…" (A. H. Maslow, Verso una psicologia dell'essere, Ubaldini, Roma 1971). Un modo che tuttavia non trascura l'affannarsi a seriare e fissare con aggettivi numerali ordinari la propria posizione rispetto a tutte le altre correnti di pensiero, alle vecchie e nuove matrici di studio e di ricerca, obbligate così a distinguersi in seguito con altri e diversi aggettivi numerali ordinari.
Gli ingredienti della miscela terapeutica sono cambiati, sia sul piano tecnico sia su quello teorico, ma il problema non è d'autoassegnarsi una posizione nell'ambito sconfinato degli interventi d'aiuto bensì d'interrogarsi se non si sia ancora intrappolati nell'incertezza del distinguere tra episteme e doxa, tra conoscenza certa e opinione. Tutti, nonostante i diversi percorsi d'aiuto, sono orientati ad aiutare le persone a conoscere meglio se stesse, a vedere se stesse nello specchio delle proprie menti, ad esaminare la vita in modo più completo e profondo, fino a giungere alla propria autonomia, all'accrescimento personale. Il problema è quale via seguire per agevolare effettivamente nell'altro il raggiungimento di questi obiettivi.
Da qualche tempo assistiamo ad una gran quantità di modelli terapeutici utilizzati per insegnare a curare le persone, di forme strutturate, di progetti, di spartiti, considerati in qualche modo sempre strategici, e sui quali la persona deve organizzare il proprio schema di vita. Apprendimenti guidati che vedono l'operatore come servus, come colui che si propone al "malato" e perciò al "paziente", con un "lasciati servire", nel proposito di plasmarne la vita, di trovare per l'altro un orientamento, una direzione.
Il tentativo di riabilitare l'Uomo è troppo spesso svilito a mera tecnica d'intervento, convinti in molti di possedere risposte per incoraggiare e dare consigli, per promuovere negli altri, indirizzare gli altri, interpretare per gli altri, capire quindi e risolvere i loro problemi. Per qualcuno è tanta la convinzione del suo essere Maestro, da dichiarare che la propria metodologia è "l'unica vera e idonea risposta che può offrire ai propri pazienti e ai loro appelli talora disperati".
In troppi credono ancora che per "curare" o "aiutare" si debba condurre l'uomo secondo questa o quella teoria della personalità o secondo i principi della consulenza, dell'incoraggiamento e del consiglio, comunque suffragati dalla parola che così assume il valore di farmaco, evidentemente disaccorti perfino di ciò che detta la legge di Chisholm: "Le proposte sono capite dagli altri in maniera diversa da come le concepisce chi le fa". Forse è proprio in ragione di questa ignoranza che nel loro intervento terapeutico utilizzano la parola come orientamento e guida. La usano per conoscere l'altro, per sapere dall'altro, per liberare l'altro, per condurre l'altro.
L'abuso della parola, il lasciare la terapia al protagonismo della parola non può soddisfare il principio della metafora kohutiana del semicerchio dell'aratro di Ulisse che, opponendosi alla visione pessimistica dell'uomo contenuta nella tragedia di Edipo, ci mostra la possibilità che ogni persona ha di salvaguardare la propria integrità psicologica, la gioiosa consapevolezza di sé.
La parola-farmaco, gli intenti di condurre, di plasmare, di guidare e consigliare l'altro, sono delle componenti strutturali dei vari principi di sovranità terapeutica che sottovalutano perfino ciò che diceva Cleobulo: "Ascoltare è meglio che parlare molto" e quanto riferisce il motto" non mi dare consigli so sbagliare anche da solo".
Il problema è: si può appagare il bisogno che la persona ha di fare un'esperienza interiore, sviluppare una profonda comprensione di se stessa, la coscienza e la padronanza di sé, destare ed organizzare l'azione della volontà, agevolare lo slancio vitale, dominare le circostanze, vincere gli ostacoli e promuovere l'armonia, senza che l'operatore sia servus? Non solo, ci dobbiamo interrogare pure se la cura debba consistere nel suggerire al paziente ciò che è scritto su di un copione autentico che l'operatore porta con sé, nel disporre di un modello teorico di riferimento così da poterlo trasferire al paziente, nell' interpretare i racconti come fa il critico letterario e artistico, nello smascherare l'interlocutore con il contrapporre l'oggettiva realtà nel reale, o nel cercare di socializzare la persona alla visione del mondo dell'operatore.
A questi interrogativi ci viene in soccorso il Reflecting, che studia come aiutare l'individuo a riflettere su di sé, sul proprio essere e sul proprio esistere, utilizzando prevalentemente le proprie risorse personali. Il Reflecting, come dice Simone Pesci, "…E' un modo di porsi di fronte all'altro per potergli dare gli strumenti adatti alla riflessione…non dà risposte, aiuta a riflettere..."
Un metodo sostenuto da affermazioni fondate su ricerche, osservazioni e deduzioni teoriche, confermate dalla verifica e che danno ragione di sostenere che ogni persona ha in sé una riserva di forze meravigliose e di sopite energie che aspettano di essere rintracciate e lette per fluire e circolare nei propri pensieri, per fecondarli nelle proprie azioni per farle diventare realtà.
L'uomo contiene molteplici forze necessarie per superare lo stato di inerzia psichica, per destarsi positivamente alla vita, quel desiderio di vita che è essenzialmente desiderio di felicità. Per rintracciare queste forze psichiche e poterle utilizzare positivamente gli occorre poter riflettere, imparare a conoscersi e a servirsi dei mezzi che possiede per difendersi e per conquistare il dominio sulle circostanze ambientali, in luogo di esserne lo schiavo e spesso anche la vittima. Egli deve sviluppare abilità nella riflessione, quell'arte nobilissima per la quale l'uomo impara a pensare, in altre parole a scegliere i propri pensieri e a farne ciò che il Fouillé chiama delle idee forza, idonee ad accrescere e organizzare l'azione del proprio volere, il valore, l'intensità e l'utilità della sua vita personale. La persona deve poter conquistare il cosciente possesso di sé, di cui deve essere l'artefice esclusivo, reggere il timone in mano ed imparare ad orientare la barca sul mare mosso della vita, tra scogliere palesi o nascoste, tra banchi di sabbia e gorghi traditori e correnti contrarie. Fare l'analisi sulle origini dei propri disagi e trovare i mezzi per porvi rimedio.
Chi diventa padrone di sé, chi riesce a tenere in mano le redini della propria volontà, vince molti ostacoli, domina molte circostanze, supera difficoltà che altrimenti dominerebbero lui, ma per destare queste forze e poterle utilizzare, occorre imparare la via segreta della riflessione, occorre faticare, scavare, scegliere e finalmente giungere a destare, sviluppare e organizzare l'azione della volontà cosciente di sé e possedere il senso della serenità.
Un uomo quando ha imparato a conoscersi, a rintracciare le cause degli effetti che vede in sé, a misurare le proprie forze in relazione con le forze che a lui si oppongono, a contare solo su se stesso senza appoggiarsi a qualcuno, egli avrà conquistato un terreno prezioso sul quale potrà camminare senza paura.
La persona, deve saper adoperare le energie che giacciono in quell'immenso campo di attività interiore a cui nessun altro ha il diritto di accesso, giungere a dare figurazione al disegno eletto dalla propria conoscenza e dalla propria volontà.
L'aiuto alla riflessione è favorito dal Reflector®, colui che non fa né insegna e che, dalla conoscenza che egli ha delle leggi e del valore di ogni segnale informatore che regola le relazioni umane, sa ricevere, accogliere e offrire all'uomo idonee sollecitazioni alla riflessione. Il Reflector stimola la persona ad avvertire in sé le contraddizioni, la consapevolezza delle motivazioni che determinano le scelte, a maturare autonomamente, raggiungere nuovi equilibri, innalzare l'edificio della propria personalità e promuovere lo sviluppo di abilità rivolte a stabilire validi rapporti interpersonali.
L'individuo, presente il Reflector, accorda a se stesso, nello sfondo dei propri desideri, il superamento dell'oscillazione tra permanenza e mutamento, converte gli atteggiamenti di rinuncia e di rassegnazione in atteggiamenti costruttivi, muove nella direzione della coerenza.
Il Reflecting offre perciò alla persona l'opportunità di rinnovarsi, modificare fondamentalmente la propria vita interiore, accrescerne ed affrettarne lo sviluppo, destare in sé le facoltà sopite, armonizzare le proprie tendenze e unificare i propri scopi, conoscere e discernere ogni aspetto dell'universalità che le appartiene e che la porta al peculiare regno della conoscenza di sé.

Da "Rivista BABELE n°22 sett-dic 2002"
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