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__Premessa-Presentazione:
A) Svoltasi nel settembre 2007, a Bolzano, la "sessione" di reflecting
per attori e musicisti del gruppo"Terra Terra"-"Mischka Maschka",
in preparazione dello spettacolo"1799. La Mattanza"(sulla rivoluzione
napoletana), era sembrata dapprima una scommessa, se non proprio
un azzardo. Avendo seguito il gruppo per il disegno onirico(che
anzi gli era stato somministrato abbondantemente, per così dire,
in altra località, soprattutto nell'aprile precedente), conoscendo
alcuni membri del gruppo, per averli seguiti in/per altri progetti("Don
Quijote", ma non solo), alla possibilità di introdurre il reflecting
s'era invero solo accennato, lasciando sempre aperta la cosa,
anche da parte dell'operatore, che s'era sempre espresso in termini
di "Se...", "Eventualmente...", quindi di mera possibilità, di
un'offerta fatta al gruppo. In generale, spiegando(sempre solo
per cenni)lo spirito del metodo, che ovviamente non è solo tale,
ma che lo sarebbe stato nella fattispecie, s'era rilevato un entusiasmo
quasi"imbarazzante", considerato ciò che ogni reflector sa, essendo
la comunicazione solo individuale, dovendolo comunque rimanere(non
c'è per definizione un "reflector gruppale"), essendo impossibile
protrarre ogni singolo incontro oltre i tempi canonici(ciò, nella
fattispecie, anche per le esigenze del gruppo, per i tempi di
prove dello spettacolo, quindi di attori e musicisti). S'era poi
concordato un giorno, che era stato concordato all'inizio di settembre,
quindi circa una settimana prima della"prima"di"1799. La mattanza"
Venendo ovviamente dalla pratica solo individuale
del"reflecting", avevo anticipato brevissimamente solo le regole
di fondo del"gioco", in particolare l'impossibilità per il reflector
di porre domande, intervenire con consigli e altro("I consigli
li porta il postino oppure l'amico spesso non proprio tale", avevo
detto celiando ma anche parafrasando il detto famoso), regole
comunque recepite e anche"interiorizzate"senza problemi dalla
comunità attorale, del resto abituata a memorizzare non solo parole,
ma anche gesti e atteggiamenti.
Arriva il giorno fatidico e comunque la sorpresa era grande per
tutti; avevo prospettato, per finalizzare e contestualizzare il
reflecting, la possibilità di focalizzare in primis il rapporto
attore(attrice, soprattutto)- ruolo(ruoli, perché ogni interprete
impersonava più ruoli), in qualche modo per solleticare- e sollecitare,
il gioco di parole è voluto-la giusta vanità attorale, ma anche
proprio per dimostrare la congruenza con il progetto perseguito,
senza però in nessun modo precludere altre possibilità. Il seguito(la
pratica del reflecting con questo"gruppo"; stante le regole essenziali,
legate al rapporto solo individuale, alla privacy etc-) prova
che la focalizzazione serviva soprattutto a rendere possibile
anche tutto il resto, ossia anche lo"sfogo", sempre peraltro"contenuto".Con
juicio, diremo, appunto, ma non senza"picchi"interessanti. B)Si
presentano cinque componenti del team: 1)3 attrici, un attore,
un musicista-linguista, che in parte dell'economia dello spettacolo
svolgeva anche la funzione di narratore-cantante. 2)Non si presentano,
a causa di impegni pregressi e insituabili in altri orari, nonché
precedentemente annunciati, un attore-cantante(il compositore
di questa"operita", soprattutto musicale, in primis, invero, che
difatti ne curava integralmente lo spartito)e una cantante, con
ruoli anche da"attrice". Il reflecting "prende"tutto un pomeriggio,
senza pause per l'operatore(cinque ore in realtà, sforando di
pochissimo i canonici cinquanta minuti).
Non ci sono inconvenienti di entrate-uscite contemporanee, anche
perché gli interpreti(tutti, anche il musicista)sono abituati,
senza problemi e/o remore, alla velocità, al cambio di scene,
d'altro ancora. Non si sono quindi verificate, in alcun modo,
interferenze o sovrapposizioni di sorta. Breve descrizione dei
soggetti che si sono"sottoposti"al reflecting:prevalenza femminile(s'era
detto), quasi tutti i soggetti sono laureati oppure hanno formazioni
attorali e altre(corsi post-maturità, altri corsi). L'età media
è sui 35-36 anni. Tutti/e sono italiani/e, ma di varia provenienza,
anzi neanche l'elemento napoletano è dominante, i canti e le scene
sono di tradizione plurilinguistica.
La formazione culturale, complessivamente alta(cfr.sopra), è tuttavia
variegata, anche a prescindere da quella segnatamente teatrale-attorale(del
resto, un partecipante, lo si è detto, è un musicista nonché linguista-letterato,
non un attore). Le esperienze di vita, ma ciò è peraltro ovvio,
sono diversissime, pur se in nessuno è riscontrabile alcun cliché
tipo"maledettismo", esperienze"particolari", altro ancora. Il
che non implica assolutamente che si voglia statuire qualcosa
di simile ad un"normotipo", peraltro notoriamente inesistente
o meglio semplicemente postulato. Complessivamente direi che tutti/e
si siano attenuti/e alla consegna implicita, peraltro( cfr.sopra),
quella di tematizzare il rapporto persona-personaggio, attore/attrice-ruolo,
il che non ha escluso-fortunatamente, aggiungo, per ovvi motivi-alcune
digressioni nel"personale", anche perché, invero, come sappiamo,
nel reflecting non esistono né digressioni né divagazioni.
Si può affermare senz'altro, però, tutti/e si sono attenuti/e
alla consegna, pur se implicita, ma ciò non era in alcun modo
dato da un obbligo interiorizzato, da qualche forma di"persuasione
occulta" (Vance Packard), neppure da un Super-Ego onnipresente
e onniconsiderante, bensì da un'urgenza, quella di confrontarsi
altrimenti, senza il controllo"dominante"del regista-drammaturgo,
con il proprio rendere il personaggio, anzi i personaggi. Quasi
una forma di ulteriore verifica, non"controllata", con il ruolo
(i ruoli, cfr.ancora una volta sopra, anzi proprio la parte iniziale)da
interpretare, quindi ancora da"creare"-in una concezione teatrale
quale quella del regista-drammaturgo Giovanni Zurzolo, l'ampia
autonomia lasciata agli/alle interpreti e la capacità di creare-pur
entro certi limiti-un proprio testo e soprattutto un personaggio
l'autonomia implica assolutamente maggiore responsabilità e quindi
un aggravio maggiore, rispetto al pubblico, agli altri interpreti,
a sé e al Sé.
Solo in un caso-per rispetto, se pur maniacale ma doveroso, della
privacy, non fornirò ulteriori coordinate-un"riflettente"ha privilegiato
la componente "corticale"/razionale del colloquio, ma ciò è in
gran parte(anzi, direi, quasi esclusivamente), da ricondurre alla
sua vastissima cultura storica, musicale, linguistica e letteraria.
Anche in un altro caso, dopo un ampio excursus sul rapporto con
il personaggio, la persona ha accennato, ma in modo molto lato,
senza alcun riferimento circostanziato, al proprio"privato". Ora,
purtroppo, conoscendo, pur se appunto"latamente"il gruppo, avendo
condotto formazioni in disegno onirico, ma anche avendo assistito
ad alcune prove(pur se con molta prudenza, astenendomi volutamente
da ulteriori frequentazione del team attorale, dove alle richieste
del tipo"Ma dai, vieni al bar! Fermati con noi!"ho rigorosamente
declinato tali offerte-anche con la scusa ironica:"Lo sapete che
non posso, anche per il vigilie controllo muliebre!"e simili-
cambiando ovviamente poi(a reflecting, ma anche soprattutto a
spettacolo avvenuto) strategia, non vedendone più motivo-il che
non toglie che non abbia partecipato, anche per ovvi motivi di
tempo e luogo, alla rappresentazioni ulteriori), avendo anche
evitato-anche solo di ascoltare- ogni possibile chiacchericcio
del"dietro le quinte", qualche informazione"volante"e"vagante"mi
era pervenuta.
Tuttavia, devo dire che il reflecting ancora una volta consente
alla persona di"non dire tutto"(ci mancherebbe, del resto, che
la si obbligasse, con domande o interferenze pressanti, a dire
tutto...!), di limitarsi, di accennare, far intuire, senza"dire
expressis verbis".I momenti di"sighé", tuttavia, sono stati relativamente
pochi(1)(1)cfr.(a cura di Simone Pesci), Manuale di Reflecting,
Roma, Magi, p.93, dove giustamente il saggio di A.Viviani e G.Pesci"Favorire
il silenzio"vuole appunto ri-stabilire il valore della sighé,
contro una società anche autoreferenzialmente parlantesi addosso
e magari prigioniera del fraintendimento del"parlant-e^tre"lacaniano
e della logo-terapia di Frankl (fraintendimento, ripeto).
Tuttavia, per un attore, di qualunque orientamento teatrale, "terzo-teatrante"(sempre
l'espressione voglia dire ancora qualcosa)o meno, parlare è fondamentale,
essendo la parola un modus exprimendi et vivendi fondamentale,
tolto il quale l'attore/l'attrice si sente"svellere dentro qualcosa".
A questo proposito ricordo un aneddotto, occorsomi in tutt'altro
contesto/al di fuori di ogni gruppo o impegno professionale: un"amico-attore"in
treno mi disse(personalmente ero molto stanco, avrei francamente
anteposto un sonnellino):"Sai, devo parlare; sono un attore".
Una battuta(ops...)che la dice tutta...Non di un narcisismo innato-questo
sarebbe un altro problema, ma qui non fa parte della nostra breve
trattazione- semmai di un'inguaribile, diciamo anche irrefrenabile
volontà di comunicare... Conclusioni e proposte nell'ambito specifico:
Per motivi che credo siano ovvi, non mi sento di generalizzare
(o se si vuole, universalizzare) l'esperienza testé descritta;
credo, però, che alcune considerazioni s'impongano: Chiaramente,
l'esperienza con un gruppo, teatrale-musicale (cfr.ancora una
volta sopra) così ristretto non fa testo. Inoltre, avendo inserito
l'esperienza in un progretto più ampio, comprendente il disegno
onirico(somministrato in dosi abbastanza massicce, peraltro su
richiesta degli interessati), anche in sede di"messa a punto"finale,
non si è insistito molto su questo aspetto, ma al tempo stesso
la sua inclusione nel progetto(essendo finalità dei "Terra Terra
Mishka Maschka" non la produzione di uno spettacolo, ma il work
in progress totale)è stata valutata molto positivamente dai/dalle
partecipanti, salvo ovviamente(ci mancherebbe altro!) da chi vi
parla(chi scrive).
So per certo che non ci sono state ripercussioni negative di sorta.
Non è qui il momento per trarre conclusioni: ma certo questa modalità
di autoconoscenza, certo meno"creativa"(che cosa vuol dire poi?
Lo sappiamo, ma determinarlo in termini tassativi potrebbe voler
dire limitare il campo)del disegno onirico(con entusiasmi sentiti
e simpaticamente infantili in corso d'opera), risulta però in
qualche modo speculare allo stesso. In complesso, quindi, credo
sia sicuramente da incoraggiare anche tale modalità autoconoscitiva
(mi scuso se limito volutamente il campo, in questo contesto e
nello spazio ristretto di questo breve intervento)per professioni
creative, dove tale positività credo risulti abbondantemente da
quando detto sopra, in particolare nella più lunga sezione, quella
meramente fenomenologico-descrittiva.
Aggiungo (da non attore, se pure da modestissimo studioso di teatro
e cultore dello stesso) che l'attore(preciso attore, rispetto
al musicista, per cui ciò vale, ma in misura in genere diversa)
ha maturato in genere di per sé, in genere e complessivamente
quell'"abitare il corpo, (Marta Mani-Lucia Sarais, Semiologia
corporea, in op.cit., p.61) che nello scritto citato le colleghe
hanno così bene esplicitato, quindi la disposizioneal reflecting
è già "di per sé"migliore rispetto ad altre persone (le persone
singole, se si vuole, ma singoli sono comunque tutti, cfr.ancora
una volta sopra), che non hanno dietro di sé un training analogo.
A riprova di quanto detto, vorrei citare solo un episodio: un'amica
attrice, conosciuta sommistrando ad un altro gruppo il disegno
onirico, anzi ad altre due gruppi differenti, in due diverse occasioni/situazioni,
quale responsabile dell' "Actor Centre" di Roma, m'ha chiesto
di proporre un percorso analogo a chi frequenta questo pendant
dell'Actor's Studio americano di Lee e Susan Strasberg. Pensavo
si riferisse al disegno onirico, invece poi ho capito che si riferiva
anche al reflecting, che lo includeva idealmente nel suo progetto(ancora
tutto da verificare e definire, peraltro). Ora è noto a tutti
che l'Actor'Studio, derivato dal metodo Stanislawskij dell'identificazione
critica dell'attore con il ruolo, che ha formato attori/attrici
quali Marlon Brando, James Dean, Dustin Hoffmann, Al Pacino, Nicole
Kidman, Tom Cruise e altri, lavora proprio con metodi estremamente
analoghi a quelli usati nel reflecting, seppure con tutt'altre
finalità e a partire da presupposti molto differenti.
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