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__Davanti alla legge.
__Il contadino venuto da lontano
davanti alla porta della legge chiede al guardiano se può entrarvi.
La porta è aperta, si intravede l'interno della Legge, ma il guardiano
gli appare grosso e minaccioso e gli dice che entrare nella legge
al momento non è possibile e che comunque normalmente è quasi
impossibile. Che anche lui stesso, se lo volesse, non riuscirebbe
a sostenere lo sguardo dei guardiani più interni, i quali fanno
più paura di lui. Il contadino rimane sorpreso, forse un po' scettico,
fa anche qualche tentativo di corruzione per convincere il guardiano,
ma questi non si lascia corrompere. Allora si siede accanto alla
porta e, rassegnato, attende tempi migliori per entrare. Passano
giorni, mesi e anni senza ricevere mai il permesso. Ormai è vecchio,
decrepito e in punto di morte. In tutto questo tempo ha posto
moltissime domande al guardiano, eccetto che una, ma adesso, cercando
di attirare la sua attenzione, con un filo di voce gli domanda:
"come mai in tutti questi anni non si è presentato nessuno davanti
a questa porta per entrare nella Legge?" E il guardiano: "perché
questa porta era destinata soltanto a te! - gli risponde con tono
secco e sgarbato- e soltanto a te era consentito entrare nella
Legge senza chiedere il permesso a nessuno. Era la tua porta!
Adesso è troppo tardi!!! - e chiude la porta sbarrandola.
__Questa parabola si trova ne "Il
Processo" di F. Kafka , nel capitolo centrale del romanzo, quello
dell'incontro nel duomo di Joseph K. con il sacerdote, e rappresenta
nella letteratura critica - nella Sekundärliteratur - un nucleo
significativo per una esegesi della problematica kafkiana. Seguono
una serie di pagine in cui il narratore indugia sull'atteggiamento
del guardiano e sulle possibili interpretazioni: a) il guardiano
ha ingannato il contadino: egli avrebbe dovuto dirgli subito che
quella porta era destinata soltanto a lui; b) il guardiano è stato
lui stesso ingannato dai suoi superiori perché troppo ingenuo:
non conosce la legge, ma si illude di conoscerla "… i concetti
che (egli) ha dell'interno (della Legge) sono considerati puerili,
e si assume che egli stesso teme le cose con le quali vuole intimorire
l'uomo…"
__Nel primo caso il guardiano sarebbe
un povero diavolo e ingannando il contadino avrebbe esercitato
tutto il potere che il ruolo gli conferisce, quasi a dimostrare
a se stesso una certa importanza attraverso la possibilità che
egli ha di sottomettere l'altro; in questo modo egli attuerebbe
la sua vendetta di essere al mondo come creatura insignificante.
Nel secondo caso il guardiano sarebbe così pieno di sé da considerare
il mondo e l'altro da sé a sua immagine e somiglianza e penserebbe
in perfetta buona fede di aiutare veramente il contadino, anche
se poi si pentirà, troppo tardi, come si vede alla fine della
parabola, della sua vanità. In entrambi i casi il contadino rimane
vittima di un atteggiamento perverso del guardiano che gli è consentito
dal suo potere.
__"E' difficile immaginare come un
comportamento qualunque che ha luogo in presenza di un'altra persona
possa evitare di essere una comunicazione del proprio punto di
vista sulla natura della propria relazione con quella persona
e come si possa quindi fare a meno di influenzare tale persona."
affermano Watzlawick e company della Scuola di Palo Alto e continuano
" L'analista che siede in silenzio dietro il paziente disteso
sul divano o il terapeuta non-direttivo che ripete 'semplicemente'
le espressioni verbali del suo cliente esercitano un'enorme influenza
proprio con quel comportamento soprattutto perché partono dal
presupposto che tale comportamento non eserciti 'nessuna influenza'."
In sintesi, per dirla con loro, non si può non comunicare.
__Anche la più corretta comunicazione
prevede nella struttura stessa del rapporto professionale inevitabilmente
un livello up-down tra gli interlocutori, dovuto, s'intende, alla
conoscenza delle informazioni da parte di uno, ossia del professionista
nei confronti dell'altro, del suo cliente, che ne è carente. E
così deve essere, ci mancherebbe.
__Quello che è deontologicamente
accettabile nella quasi totalità delle professioni, presenta però
qualche inconveniente (gravido di conseguenze, vedremo) nell'universo
delle cosiddette professioni di aiuto, dove spesso il carattere
di dipendenza, inevitabile nel corso del rapporto professionale,
rischia spesso di diventare un'abitudine per il paziente (nei
casi perversi, per entrambi), al punto tale da consolidarsi fino
a diventare norma, modus vivendi, sorta di accomodamento.
__Nessuno, all'infuori di te, può
prendere decisioni per te, pena lo svilimento della tua vita.
Con altre parole e in tempi molto più lontani da Kafka e da noi,
lo stoico affermava: "nella vita devi sempre decidere se vivere
o morire!" In altre parole, sei solo tu il padrone di te stesso,
nessuno, altro da te, può tessere i fili del tuo destino.
__Sono partito da questa parabola
talmudica (che in diversi esegeti di Kafka richiama la cosiddetta
cultura della soglia) per fare qualche riflessione sull'importanza
che l'autonomia della persona riveste nel decidere, nell'operare
delle scelte, nell'assumersi la responsabilità della propria vita,
nell'ambito di un rapporto terapeutico. Spinti dalle ragioni degli
altri - è questa la nostra tesi- nessuna scelta, nessuna decisione
avrà la forza di cui necessita per innescare il vero processo
di crescita di se stessi, di perpetuarne lo sviluppo, di esprimere
le risorse e le potenzialità nascoste nella piena espansione della
propria personalità. Scegliere, fare, provare su consiglio altrui
non paga come si spererebbe. Incominciamo a percepirlo fin da
bambini, alla prima occasione in cui ci cimentiamo con qualcosa
di nuovo. La prima volta in equilibrio sulla corda o in sella
ad una bicicletta. Nessuno ci può aiutare.
__Così come per l'equilibrio, soltanto
tu puoi sentire i pesi emozionali che entrano in gioco nell'atto
della tua decisione, soltanto tu puoi dare il giusto valore alle
tue scelte. Poiché si tratta proprio di scelte di valore per te
e non per altri.
__Aderire alla scelta di altri significherebbe
fare propri i valori dell'altro. Ma fare propri i valori dell'altro
può essere un'operazione ideologica, sociale, politica, di condivisione
di piani in qualche modo esterni e probabilmente estranei a quel
mondo interiore, complesso, unico nella sua complessità, che si
organizza come unità psico-fisica con leggi proprie, intime, le
quali trovano corrispondenza l'una nell'altra, dove nessuna istanza
esteriore può farvi capolino senza una lunga, lenta e organica
sedimentazione e conseguente metabolizzazione. Ritorniamo ancora
alla metafora che ci consegna la parabola…
__Quella porta potrà rimanere inutilmente
aperta per tutta la vita, perché tu non arriverai mai ad essa,
in quanto ti sei arenato sulla prima (o forse sulla seconda spiaggia)
del tuo viaggio. Quella porta lo era e lo è ancora - destinata
soltanto a te - (dal tedesco "bestimmt", determinata quindi pensata
anteriormente). E qui viene in mente il destino, ma non si pensi
al destino nel senso classico del termine. Qui il destino sta
nelle porte che dobbiamo infilare per la nostra crescita personale
e queste porte sono intimamente legate alle nostre risorse interne,
fanno parte del nostro patrimonio su cui investire. Porte che
potranno anche rimanere per sempre inesplorate e quindi inutilizzate
per tutta la vita, porte inutilmente rimaste aperte. Per cui l'idea
del destino assume qui il significato di capacità, della nostra
capacità intima che avremo di esplorare e rendere attuali le nostre
potenzialità.
__Ma come fare a rendere attuali
le nostre potenzialità, quando siamo addirittura bloccati nella
nebbia e anestetizzati dalla paura di cadere in un baratro? L'agitazione
interiore accresce la paura, alimentando un circuito vizioso diabolico.
Bisognerebbe avere la fermezza di fermarsi e attendere che la
nebbia si diradi. Bisognerebbe, prima di mettersi in movimento,
ritrovare la calma e la lucidità di pensiero - in altre parole
- la capacità di riflettere. Soltanto alla luce di una pacata
riflessione potremmo e forse potremo ritrovare l'orientamento
e muovere i nostri primi passi.
__Soltanto una pacata riflessione
che non venga influenzata (condizionata) da un punto di vista
esterno attraverso giudizi e commenti direttivi, ma che venga
sostenuta, sì, elicitata per così dire da un catalizzatore esterno
- il setting del Reflecting - che ponga alla base dei suoi presupposti
epistemologici il rispetto e la massima attenzione alla mappa
mentale, agli snodi concettuali e allo sviluppo del pensiero della
persona, le può garantire una relativamente libera esplorazione
di se stessa. Tanto più libera, quanto più alto è questo rispetto,
tanto più libera, quanti maggiori sono gli sforzi del professionista
nella messa a punto del suo strumentario.
__A tale proposito mi sembra quindi
importante puntare l'attenzione a quanto è stato detto sui fondamenti
epistemologici del metodo e sollecitare una riflessione nei colleghi,
circa una più precisa definizione di queste basi epistemologiche,
se ci sono e quali sono, oppure semplicemente fare riferimento
ai "contributi epistemologici al metodo". Dirò subito che sono
completamente d'accordo sull'espressione "contributo epistemologico
al metodo" quale indicazione de "i mezzi di comunicazione che
il Reflector ha fatto propri". Quello che qui inoltre mi preme
di più, a parte il rigore delle definizioni, dal momento che trovo
il metodo dotato di una sua grande validità ed efficacia, per
cui si può sicuramente affermare - come del resto viene detto
- che esso poggia su "provati risultati operativi". (Reflecting,
Cap.III, p.37), è che si ponga la giusta attenzione al "che cosa"
rende valida la riflessione della persona ai fini di un discorso
evolutivo, emancipatorio, di sviluppo della personalità.
__Secondo i criteri posti dalla nostra
argomentazione, perché sia assicurato il valore di questo tipo
di riflessione, è necessario quindi il verificarsi di due condizioni:
La garanzia del massimo di autonomia possibile nella riflessione
della persona.
__L'ufficializzazione di quanto viene
detto (e/o agito) dalla persona all'interno del setting.
__Tenterò di spiegarmi meglio. Dal
momento che il tutto interferisce con il tutto, risulta praticamente
impossibile parlare di autonomia, come concetto assoluto. Cioè
risulta utopistico pensare che il Reflector e il suo setting non
possano condizionare in qualche modo chi entra in quello spazio.
Di questo siamo ormai tutti consapevoli e alquanto scafati. Ma
è proprio da questa consapevolezza che il Reflector - consapevole
che non si può non comunicare - costruisce le sue competenze specifiche,
in modo che riducano al minimo la possibilità di interferire .
E' proprio questa consapevolezza - posta alla base della deontologia
professionale - che ci permette di parlare del rispetto del principio
di autonomia della persona. A cominciare dalla capacità di ascolto
empatico del Reflector, passando attraverso "ogni altro canale
comunicazionale" (MdR, Introduzione, p.8), per finire alla particolare
e accuratissima preparazione del setting, che si richiede il più
asettico possibile. Insomma la citata consapevolezza, dovrebbe
condurci a costruire uno specchio, che, dal momento che non può
essere perfetto, deformi il meno possibile. Tradotto significa.
Stare attenti ad evitare qualsiasi interpretazione - si è già
detto - badare in modo scrupoloso a rimanere ancorati sempre alla
persona. Ancoraggio alla persona deve significare eleggere l'enunciato
della persona a centro di gravità del dialogo e della relazione
in genere. Impresa non facile perché occorre una grande abilità.
Per cui a tale proposito penso che più che di scienza si debba
parlare di arte, di un'arte che però si circostanzia - questo
sì - del contributo epistemologico di una serie di discipline
- per così dire - ancelle del metodo.
__L'altra condizione, l'ufficializzazione
di quanto viene detto all'interno del setting, assicura l'assunzione
di responsabilità della persona di fronte al suo vissuto. Quale
sarebbe altrimenti la differenza tra il pensare e dire a se stessi,
in una meditazione solipsistica, e il pensare e dire all'interno
di un setting? Se non quella della responsabilità di fronte ad
un altro da sé, in un contesto (il setting) che assume per così
dire un valore di sacralità, proprio per il suo valore simbolico,
e non solo. Anche per il fondamento scientifico sul quale è costruito.
La conoscenza - ormai lo si sa - avviene soltanto all'interno
di una relazione. Ricerche sul cervello e sugli organi sensori
hanno dimostrato in modo decisivo che possiamo percepire soltanto
le relazioni e i modelli delle relazioni in cui si sostanzia la
nostra esperienza. (W.R. Ashby, Introduzione alla cibernetica,
Torino, Einaudi, pp. 149-50). __Fondamento
scientifico e fondamento filosofico si incontrano e si fondano,
cancellando - grazie a Dio - quello iato tra scienza e umanesimo
e dando luogo a quella "filosofia del dialogo" - ricordata dagli
autori di "Reflecting", dove scrivono che "è solo nella relazione
dialogica che l'individuo diventa realmente un Sé, una persona"
(Reflecting, Cap. II, p. 35).
Naturalmente ci sono relazioni e relazioni. La differenza tra
l'atteggiamento del guardiano della Legge e il Reflector - volendo
azzardare un confronto estremo per evidenziarne gli aspetti eclatanti
- sta nell'importanza dell'ascolto dell'altro. Nella qualità dell'ascolto
dell'altro, che il guardiano della Legge non sembra di possedere.
"Il guardiano gli fa di tanto in tanto piccoli interrogatori,
gli chiede del suo paese natale e di molte altre cose, ma sono
domande indifferenti, come quelle che fanno i grandi signori e
alla fine gli dice sempre di nuovo che non può ancora entrare".
Una qualità, appunto quella dell'ascolto, che rende la presenza
dell'altro preziosa per la sua funzione di rispecchiamento (reflecting),
che è la vera funzione di aiuto.
__ Nella parabola del guardiano non
c'è un orecchio che ascolta, ma soltanto la Legge con la sua indecifrabilità
e inaccessibilità. Il contadino avrebbe avuto bisogno di entrare
nella Legge, cioè quella che in realtà si rivela essere la sua
Legge, la sua regola di vita, dal momento che quella porta era
destinata soltanto a lui, metaforicamente parlando avrebbe avuto
bisogno di guardarsi in uno specchio per conoscersi meglio, ma
viene a trovarsi di fronte ad un guardiano che non gli rimanda
niente, se non confusione e imbroglio. "L'inganno elevato a legge
universale". Sono le parole di Joseph K., a chiusura della conversazione
con il cappellano nel duomo. Ancora una volta non ha trovato alcun
aiuto alla propria sofferenza (leggi in Kafka senso di colpa).
Se solo fosse più attento alle parole di congedo del cappellano,
forse qualcosa capirebbe: "Il tribunale non ti chiede nulla. Ti
accoglie quando vieni e ti lascia andare quando vai". (F.Kafka,
Il processo, Oscar Mondadori, Cap. "Nel Duomo", p.184).
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