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LA PAROLA: L'ATTORE NON PROTAGONISTA DEL REFLECTING
Alessandra Perri


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Una canzone di successo di tanti anni fa recitava così: "Parole, soltanto parole… parole per noi"… Parole vuote se non sono seguite da fatti concreti, parole vane se ripetute a vanvera senza comprenderne il significato profondo, parole che si susseguono senza sosta per convincere, criticare, giudicare, curare…. Quante parole!!! Le usiamo ad abundantiam, spesso senza dare loro troppo peso. Eppure ci sono alcune situazioni in cui le parole non sono sufficienti, non bastano. "Mi mancano le parole", "Non ho parole", "Sono rimasto senza parole". In quali momenti diciamo queste frasi? Quando le emozioni sono troppo forti, quando i sentimenti ci sovrastano, quando a "parlare" è la nostra interiorità. Di fronte ad essa la nostra parola indietreggia, si fa muta, cedendo il passo alla riflessione. Soltanto quest'ultima, infatti, ci consente di metterci in ascolto dell'anima, della nostra dimensione più intima che custodisce la chiave della nostra autenticità, e ci conduce a comprendere come siamo veramente, seguendo il filo rosso degli eventi, dei ricordi, delle sofferenze o delle gioie, illuminando così i buchi neri che rendono difficile il nostro vivere e a prenderne consapevolezza. Ma il cammino per "raggiungere" la riflessione non è semplice. Bisogna saperla incoraggiare, stimolare, coltivare. Proprio come fanno alcuni poeti che si isolano dal mondo, si ritirano in se stessi, in attesa che l'anima riveli loro i suoi riflessi.
__Nel reflecting quest'attesa è resa feconda dalla sapiente presenza del reflector, che ponendosi in atteggiamento di ascolto interessato e partecipe, e utilizzando un ventaglio di atteggiamenti, mimici, gestuali, posturali, e una nutrita varietà di atti comunicativi, aiuta la persona a intraprendere la strada dell'introspezione, dell'ascolto interiore, della scoperta di sé.
__Egli si serve del linguaggio in quanto insieme dei fenomeni di comunicazione e di espressione che si manifestano sia nel mondo umano, sia al di fuori di esso. Il linguaggio è infatti la capacità di utilizzare un qualsiasi sistema di segni per comunicare. I gesti, i movimenti del corpo, l'espressione del viso, che fanno parte del bagaglio formativo del reflector, i cosiddetti "comportamenti cinetici" sono delle forme di linguaggio. Ricoprono inoltre una notevole importanza nel reflecting i cosiddetti elementi paralinguistici, quali il tono della voce, la velocità dell'eloquio, i sospiri, le pause, le smorfie, il riso, il pianto, ecc.
__In questo panorama comunicativo, si comprende dunque che la parola, il linguaggio verbale hanno un ruolo, per così dire, di "attori non protagonisti" nel reflecting. Ma ciò rende ancora più delicato il loro utilizzo. Bisogna innanzitutto conoscere le regole della comunicazione verbale, in modo da poterle connettere all'uso mirato e concreto della lingua. Quando si pronuncia una frase, è inoltre necessario avere piena cognizione delle sue sfumature morfosintattiche e semantiche, dell'effetto che essa, costruita in quel determinato modo e non in un altro, può avere sulla persona che si ha di fronte. Soltanto avendo una globale padronanza della lingua il reflector può essere in grado di dosarne l'uso, di utilizzarla "cum grano salis" e al tempo stesso interpretare le sfumature prosodiche e l'atteggiamento linguistico del soggetto.
__Una delle correnti linguistiche moderne che studia l'universo complessivo del discorso è quella, affermatasi alla metà degli anni Sessanta, della linguistica testuale, la quale ha evidenziato che il comportamento linguistico, nella sua realizzazione quotidiana, non si manifesta sottoforma di suoni, parole o frasi, bensì di un intreccio organico, caratterizzato dal fatto di essere composto di parti strutturate in maniera particolare. Tale intreccio prende il nome di "testo", dal latino textus, "intessuto".
__ Il testo è dunque un messaggio reale e completo, che ha un tema coerente, un significato compiuto e mira a uno scopo ben preciso. L'emissione di un messaggio verbale, l'atto linguistico, infatti, non è mai fine a se stessa, ma è sempre guidata da un'intenzione e finalizzata a uno scopo. Anche nel reflecting, l'uso della parola, pur se molto ridotto, ha un suo scopo: favorire, sollecitare la persona alla riflessione.
__Un testo può essere costituito da più frasi (unità di senso compiuto), ma anche da una sola purché, oltre ovviamente ad avere senso compiuto, rappresenti un messaggio che l'emittente e il destinatario considerano completo, o da una singola parola. Anche un'espressione quale: "Shh!", se inserita in un contesto appropriato, può essere considerata un testo. Per esempio, se un'insegnante di fronte a degli allievi che fanno confusione, dice: "Shh!" sortisce l'effetto di ottenere silenzio. "Shh!" quindi è un testo che stabilisce un rapporto comunicativo e influisce sulla realtà circostante modificando una situazione (dal chiasso al silenzio).
__ Ma cosa fa di un atto linguistico un testo? All'origine di ogni singolo atto linguistico, come abbiamo affermato poc'anzi, c'è una precisa intenzione comunicativa. La prima fase di produzione di esso, infatti, è la progettazione: chi produce un messaggio intende raggiungere un certo fine mediante esso, per esempio divulgare ciò che sa, ottenere un'adesione ad un suo progetto, suscitare un determinato comportamento, ecc. All'ideazione segue la fase di sviluppo, in cui vengono precisate e collegate fra loro le idee. Infine il messaggio viene strutturato a livello grammaticale. Due linguisti, De Beaugrande e Dressler, hanno evidenziato che i requisiti essenziali di un testo sono sette: coesione, coerenza, intenzionalità, accettabilità, informatività, situazionalità e intertestualità.
__ I primi due criteri sono focalizzati sul testo, l'intenzionalità e l'accettabilità sono indirizzati verso il parlante-ascoltatore, l'informatività e la situazionalità servono a inserire il testo nella situazione comunicativa e l'intertestualità garantisce la definizione dei diversi tipi testuali. La coesione è data dai rapporti grammaticali, dalla serie di meccanismi che consentono il collegamento tra le diverse componenti di un testo. È attuata principalmente mediante l'uso dei pronomi e dei connettivi, ossia quelle parole che svolgono funzione di raccordo tra le diverse parti del testo, ma anche per mezzo della ripetizione di una o più parole. La ripetizione dei medesimi termini o espressioni, la cosiddetta ricorrenza lessicale, è tipica della lingua parlata, in cui è minore la capacità di pianificazione del testo e di conseguenza maggiore la spontaneità (per esempio: "Ho regalato una sciarpa a Lucia, so che a Lucia piacciono le sciarpe"). Viene per lo più usata quando si vuole evidenziare o rafforzare un'opinione, un parere, oppure esprimere sorpresa per fatti che sembrano essere in disaccordo con il proprio punto di vista. Per esempio, se in un incontro di reflecting una persona dice: "No, no dottore, con mio marito un vero dialogo, non c'è mai stato e non ci sarà mai; sa, lui non ne capisce l'importanza!". Il reflector potrebbe rispondere: "Il dialogo… di-a-lo-go, tra lei e suo marito non c'è e non ci sarà ma-i, un vero dialogo…".
__ La coerenza concerne la struttura semantica, logica e psicologica di un testo. Questo può infatti essere grammaticalmente corretto (ricco di coesione), ma totalmente privo di senso. Parimenti, frasi agrammaticali, malcostruite, frammentate, sono tollerate nella comunicazione orale, in cui si ha un rapporto diretto con l'interlocutore e in cui dominano la naturalezza e l'immediatezza, purché sia chiaro il fine che si propongono. Possono anche mancare elementi di connessione tra le frasi; il legame tra loro è ottenuto attraverso rapporti di significato che garantiscono la coerenza semantica del testo (per esempio: "Piove, porta l'ombrello"). La pratica stessa ci dice che una frase diviene accettabile se unita ad altre frasi oppure dal contesto. Anche i testi pronunciati dal reflector hanno una coerenza del tutto particolare. Egli infatti non conversa, non fa discorsi, ma si limita a proferire e a ripetere ? talvolta scandendole o marcandone l'accento ?, singole parole o piccole frasi, per lo più pronunciate in precedenza dal soggetto, accompagnandole con la gestualità, lo sguardo, la prossemica. Apparentemente tutto ciò sembrerebbe non avere senso, ma se si considera il contesto, ovvero il reflecting e le sue finalità, la coerenza appare evidente. Sentendo ripetere, scandire, alcune delle parole, delle frasi che ha detto, sentendole risuonare più volte nell'anima, la persona arriva a comprendere che è opportuno soffermarsi su di esse, in quanto rivestono un certo significato nel suo iter riflessivo.
__ L'intenzionalità riguarda l'atteggiamento, l'intenzione di chi produce un testo, la sua volontà di farsi capire. Anche se normalmente in uno scambio comunicativo è possibile comprendere molto più di quanto viene effettivamente detto. Un enunciato può contenere infatti un certo numero di inferenze, ovvero informazioni implicite supplementari che gli interlocutori ricostruiscono sulla base di quanto viene proferito da chi parla e del contesto comunicativo. Una corretta interpretazione delle inferenze è fondamentale per il reflector. Queste preziose informazioni supplementari infatti vengono da lui utilizzate valorizzandole, magari enfatizzandole con il tono della voce, la mimica del volto, i gesti, o riproponendole sottoforma di metafore, perché il soggetto possa concentrarvi la sua attenzione e farne oggetto di riflessione.
__ Il criterio dell'accettabilità riguarda il ricevente. Questi si crea delle aspettative riguardo al messaggio, ma in generale è portato a comprendere meglio ciò che più gli interessa e gli piace e a interagire. Nel reflecting, per esempio, ? dando per scontata l'accettabilità del reflector di ogni tipo di messaggio proveniente dalla persona ? soltanto se il soggetto è seriamente intenzionato a compiere un percorso interiore alla scoperta di sé del tutto diverso dalle terapie psicologiche e psicoanalitiche, può essere disposto ad accettare il singolare tipo di comunicazione che questo metodo prevede.
__ L'informatività riguarda il grado di informazione che dà un testo, in che misura è prevedibile o giunge inatteso. Se un'affermazione mette in discussione ciò che per noi è assodato e contrasta con le nostre aspettative si avrà un testo fortemente informativo che catturerà la nostra attenzione molto più di un testo altamente prevedibile (per esempio la frase: "Manzoni non ha scritto I promessi Sposi" è altamente informativa in quanto contrasta con le nostre conoscenze e aspettative). Sia pur in modo del tutto particolare, il grado di informatività di un testo è osservabile anche nel reflecting. Si pensi per esempio ai primi incontri, quando la persona che non ha ancora ben chiaro il ruolo del reflector, si aspetta che questi le proponga soluzioni ai suoi problemi, le dica cosa deve fare per risolverli, e quindi si rivolge a lui con frasi del tipo: "La prego, mi aiuti, mi dia un consiglio". Rimane però alquanto sconcertata quando egli le risponde: "Abbiamo detto che insieme riflettiamo", oppure: "Un consiglio…". In generale i testi del reflector sono altamente informativi, in quanto per lo più inattesi.
__ La situazionalità si riferisce all'adeguatezza di un testo in una determinata situazione comunicativa che fa sì che esso risulti chiaro. Per esempio, se apposto fuori da un negozio c'è un cartello con raffigurato un cane e sotto la scritta "Io non posso entrare" ha un significato inequivocabile, ma se si trovasse in mezzo a una strada o se fosse privo di immagine non significherebbe nulla. Nel reflecting la varietà di linguaggi comunicativi utilizzati, la particolarità del setting, delineano un contesto all'interno del quale il testo è ridotto all'essenziale, ma adeguato e funzionale al raggiungimento del fine che si prefigge il metodo, ovvero stimolare la persona alla riflessione.
__ L'intertestualità riguarda il rapporto tra un testo e altri testi simili, o con cui vi sono affinità significative, conosciuti dal parlante e dall'interlocutore. Consente inoltre di riconoscere un testo come appartenente a una determinata tipologia testuale (per esempio un'indicazione stradale, un messaggio pubblicitario, un'intervista, ecc.) o divergente da essa. Per quanto riguarda il reflecting, se i primi incontri, caratterizzati dalle presentazioni e dalla definizione del contratto, possono indurre la persona a collegare questo metodo ad altre terapie psicologiche e psicanalitiche e quindi a comportarsi di conseguenza, chiedendo suggerimenti, soluzioni per risolvere i propri problemi, l'atteggiamento del reflector, il suo non dare risposte, né insegnamenti, né tantomeno fare domande, ma lasciare che a parlare siano per lo più i silenzi, lo sguardo, i movimenti, ecc., ne definisce la particolarità o meglio l'unicità, sia per l'aspetto testuale (di produzione dei testi) che per tutti gli altri aspetti.
__ Accanto ai criteri costitutivi della comunicazione mediante testi vi sono tre principi cosiddetti "regolativi", in quanto regolano la comunicazione testuale: efficienza (il testo deve essere facilmente prodotto e fruito), efficacia (il testo deve rimanere impresso nella memoria e deve favorire il raggiungimento di un fine), appropriatezza (rapporto tra contenuto espresso e i vari aspetti testuali). Il reflector deve infatti fare molta attenzione al modo in cui produce i testi, al fine che si prefigge, e al tipo di persona che ha di fronte. Per comunicare verbalmente soltanto lo stretto necessario e in modo efficace, egli deve conoscere a fondo i differenti aspetti della lingua, in particolare il significato, le forme e le funzioni che le parole assumono all'interno della frase.
__ La parte della linguistica che studia il significato delle parole è la semantica (dal greco semàinô "significo", derivato da semâ, "segno"). Al significante, cioè l'aspetto grafico e fonico di una parola è associato il significato. Questo non si può stabilire in assoluto, ma sempre in relazione al significato delle parole di significato uguale e simile ("macchina", "veicolo", "automobile"), e di significato opposto ("caldo-freddo", "piccolo-grande") e al contesto in cui viene pronunciata. Si distinguono un significato denotativo, ovvero quello informativo di base, che è indicato nei dizionari e su cui concorda la maggior parte dei parlanti (per esempio: "Il giorno è uno spazio di tempo di ventiquattro ore") e un significato connotativo, ossia quello emotivo, relativo alle associazioni evocate dalla parola, le quali sono frutto di suggestioni, impressioni, differenti da persona a persona (per esempio: "notte": "buio", "paura", "solitudine", "romanticismo"). E proprio sulle associazioni, sull'eco emotiva che una parola può suscitare lavora il reflector. Egli infatti accompagna le sollecitazioni attraverso le diverse polarizzazioni nello spazio (alto, basso, sinistra, destra, ecc.) con le parole che le definiscono, ognuna delle quali dà vita a differenti associazioni, ha connotazioni associativo simboliche (per esempio a movimenti verso il basso si assoceranno parole come: "regressione", "interiore", "statico", "apatico", "discesa", ecc.). La potenza evocativa di associazioni e di simboli legati a una determinata parola, nel reflecting agisce come una sorta di "combinazione" che consente di accedere alla cassaforte dell'anima per poterne ammirare il "contenuto" nella sua unicità e autenticità. Tornando al significato di una parola, lo si può definire come la capacità che essa ha di indicare un qualsiasi elemento della realtà o prodotto della fantasia (chiamato referente), definendone le caratteristiche in base alla cultura e all'ideologia di una determinata epoca. Ogni parola non può essere considerata singolarmente, in quanto nella nostra mente viene memorizzata come legata ad altre parole da una fitta rete di relazioni. Per esempio la parola "abitazione" può essere associata a "casa", "dimora", "villa", "palazzina", "edificio", perché comunicano un concetto simile; ad "abitare", "abitabile", "abitabilità", "abitato", "abitante", per il comune concetto di base e la radice "abit-"; a "piano", "tetto", "facciata", "appartamento", "scala", perché indicano le parti di un edificio (abitazione). Una serie di parole legate fra loro da una rete di rapporti reciproci di significato, costituisce un campo semantico, proprio come i lemmi che definiscono i principi stimolatori del reflecting, ovvero "agevolare", "facilitare", "favorire", "aiutare", "secondare", "sostenere", "promuovere", "animare", "suscitare", ecc., nonché i termini associati alle diverse polarizzazioni nello spazio. Il legame tra le parole può dipendere dal fatto che esse hanno in comune il significato (ossia sono sinonimi), o hanno la medesima forma, ma un significato differente (sono omonimi), o sono in opposizione (sono antonimi, o contrari) oppure dall'associazione di idee. Il reflector si serve, dosandoli opportunamente, dei sinonimi e dei contrari in base alla sollecitazione che decide di fornire per stimolare l'iter riflessivo. Utilizza un sinonimo quando vuole che la persona si soffermi su un determinato termine o espressione per approfondirne la valenza; ricorre a un contrario, invece, quando vuole sollecitare differenti interpretazioni che possono condurre a nuove soluzioni, a positivi cambiamenti interiori.
__ Inoltre è abbastanza frequente nel reflecting il ricorso ai mutamenti di significato, ovvero ai metasememi, alcune figure retoriche che sono ormai entrate nell'uso abituale della lingua, come, per esempio, la metafora. Essa nasce dalla sovrapposizione di due termini appartenenti a campi semantici diversi: opera un trasferimento di senso tramite la sostituzione di una parola con un'altra il cui significato è in rapporto di somiglianza. Nel punto di contatto tra i due termini si ha una fusione, il cui effetto è un vero e proprio corto circuito verbale e si dà vita a una terza cosa che prima non c'era, accrescendo ulteriormente la potenza emotiva mediante la condensazione di significato. La realizzazione di una metafora è dunque un vero e proprio atto creativo. La metafora è molto utile nel reflecting. Il suo linguaggio per immagini, infatti, sollecita il canale emotivo-affettivo facilitando l'espressione di sensazioni ed emozioni non facilmente verbalizzabili e inoltre aiuta a far vedere in una luce diversa una situazione, un problema, a dare risalto a un pensiero. Ecco un esempio: "Io dottore vorrei tanto trovare le forze per chiudere questa relazione e ritrovare me stessa e la mia libertà". Reflector: "Spezzare le catene e mettere le ali". Un particolare tipo di metafora non infrequente nel reflecting è la sinestesia, che consiste nel creare un'immagine mediante l'associazione di due parole (un sostantivo e un aggettivo) esprimenti percezioni relative a sfere sensoriali diverse. Per esempio "voce (sfera uditiva) calda (sfera tattile)", "luce (sfera visiva) calda (sfera tattile)", "profumo (sfera olfattiva) dolce (sfera gustativa)". Le due parole accostate, in un rapporto di reciproche interferenze e corrispondenze danno vita a un'immagine vividamente inconsueta, originale, incisiva. Per sostenere il soggetto nell'accesso al proprio mondo interiore è necessario apprendere il suo linguaggio, che è fatto di percezioni, sensazioni, corrispondenze misteriose tra i sensi. Qualche esempio: Persona: "Quando sono giù, solo mia madre e la sua voce confortante riescono ad aiutarmi". Reflector: "La calda e luminosa voce della mamma!"; questo, mi fa sentire cupa". Reflector: "Decidere di indossare vestiti con colori squillanti e chiassosi…". Oltre ai metasememi, nel reflecting si può ricorrere ai metalogismi (modificazioni del senso logico complessivo della frase), ai metaplasmi (modificazioni dell'aspetto sonoro o grafico delle parole, delle sillabe o dei fonemi) alle metatassi (modificazioni della struttura della frase) ed è utile saper riconoscere e impiegare in maniera proficua altre figure retoriche ormai di uso comune. Inoltre per essere in grado di realizzare testi corretti ed efficaci e saperli interpretare è importante per il reflector conoscere le parti del discorso, il loro ruolo nella frase, e soprattutto le relazioni che stabiliscono tra loro. È importante, per esempio, per quanto riguarda i modi verbali, saper distinguere tra l'uso dell'indicativo (realtà-azione certa), del congiuntivo (allontanamento dalla realtà- azione desiderata, voluta, supposta), del condizionale (incertezza, eventualità), dell'imperativo (ordine, comando, divieto, preghiera, consiglio). Come per gli aggettivi conoscere la differenza tra i vari tipi (qualificativi, dimostrativi, possessivi, indefiniti) e, a seconda dell'effetto che si vuole ottenere (intensificare più o meno l'immagine espressa), essere in grado di scegliere la posizione dell'aggettivo qualificativo: non marcata (prima del nome: "gli alti alberi") o marcata (dopo il nome: "gli alberi alti"), che può cambiare l'intero significato della frase. A tal proposito è importante tener presente che anche gli avverbi sono dei modificatori del significato. Tra i vari tipi di avverbi, quelli di giudizio ("non"), di affermazione ("sì", "certamente", "sicuramente"…), di negazione ("no", "per niente", "nemmeno"…) informano su un atteggiamento del parlante, mentre i presentativi ("ecco") hanno un forte rilievo enfatico.
__ Una particolare attenzione deve essere poi rivolta alle interiezioni, utilizzate spessissimo dal reflector, le quali possono avere lo stesso significato di un'intera frase e possono mutarlo a seconda del tono impresso nel pronunziarle e/o dalla mimica e macro-cinestesia di riferimento. Per esempio, "bah" (pronunziata con enfasi: indica accettazione, assenso) e "bah-bah" (e ondeggiamento della testa: indica dubbio, perplessità). Le preposizioni, invece, oltre a collegare tra loro gli elementi della proposizione e a renderne espliciti i rapporti, rappresentano degli "snodi" logici per rimanere in ascolto attivo e coglierne il senso psicologico. Il reflector può riprendere un elemento della frase pronunziata dalla persona partendo da una preposizione. Per esempio: Persona: "Feci quella cosa per lei". Reflector: "Per… lei", enfatizzando il "per".
__ Mentre per quanto riguarda le congiunzioni è necessario sapere quando usare quelle coordinative (come le correlative: "e... e...", "sia... sia..." e le disgiuntive: "o", "oppure", "ovvero"), piuttosto che quelle subordinative (come le causali: "perché", "poiché", "giacché"… e le comparative: "così… come", "più che", "meglio che"…). Dal punto di vista sintattico, tra i due tipi di costruzione delle frasi, ossia paratassi o coordinazione (Per esempio: "Prendo il maglione, ho freddo"), in cui si ha una maggiore segmentazione dell'espressione, e ipotassi o subordinazione ("Prendo il maglione perché ho freddo"), che consente maggiori sfumature espressive, il reflector dovrebbe prediligere la prima, la paratassi, in quanto stimola la persona a riflettere sulle interpretazioni più opportune.
__ Il particolare uso della parola, ridotta all'essenziale, "restituita ai suoi valori intrinseci di evocazione e rivelazione", sempre in bilico tra il concreto e l'astratto, foriera di immagini "trascoloranti l'una nell'altra", di contaminazioni tra effetti sensoriali, di simboli, caratterizza quello che potremmo definire lo "stile reflecting". Esso presenta alcune analogie con la poesia, in particolare con quella ermetica, con la misurazione, frantumazione, la scarnificazione della parola, i "vocaboli deposti nel silenzio", le immagini "di segreta e sfuggente sensualità", dell'Ungaretti di Sentimento del tempo (1933). E parimenti il reflector ricorda per certi versi la figura del poeta. Per ambedue il silenzio è la porta della parola interiore. Essa proviene dai misteriosi riflessi dell'anima, dalle sue voci profonde, spezzate, che sussurrano arcane associazioni di percezioni, emozioni, vissuti. Il poeta se ne sta, raggomitolato in se stesso, ad ascoltarla, per poi fissarla sulla pagina. Il reflector, nel sollecitare la persona alla riflessione, la predispone all'ascolto, lasciando che affiori liberamente in lei la sua personale ed unica "poesia".

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