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__Una canzone di successo di tanti anni fa recitava così:
"Parole, soltanto parole… parole per noi"… Parole vuote se non
sono seguite da fatti concreti, parole vane se ripetute a vanvera
senza comprenderne il significato profondo, parole che si susseguono
senza sosta per convincere, criticare, giudicare, curare…. Quante
parole!!! Le usiamo ad abundantiam, spesso senza dare loro troppo
peso. Eppure ci sono alcune situazioni in cui le parole non sono
sufficienti, non bastano. "Mi mancano le parole", "Non ho parole",
"Sono rimasto senza parole". In quali momenti diciamo queste frasi?
Quando le emozioni sono troppo forti, quando i sentimenti ci sovrastano,
quando a "parlare" è la nostra interiorità. Di fronte ad essa
la nostra parola indietreggia, si fa muta, cedendo il passo alla
riflessione. Soltanto quest'ultima, infatti, ci consente di metterci
in ascolto dell'anima, della nostra dimensione più intima che
custodisce la chiave della nostra autenticità, e ci conduce a
comprendere come siamo veramente, seguendo il filo rosso degli
eventi, dei ricordi, delle sofferenze o delle gioie, illuminando
così i buchi neri che rendono difficile il nostro vivere e a prenderne
consapevolezza. Ma il cammino per "raggiungere" la riflessione
non è semplice. Bisogna saperla incoraggiare, stimolare, coltivare.
Proprio come fanno alcuni poeti che si isolano dal mondo, si ritirano
in se stessi, in attesa che l'anima riveli loro i suoi riflessi.
__Nel reflecting quest'attesa è resa
feconda dalla sapiente presenza del reflector, che ponendosi in
atteggiamento di ascolto interessato e partecipe, e utilizzando
un ventaglio di atteggiamenti, mimici, gestuali, posturali, e
una nutrita varietà di atti comunicativi, aiuta la persona a intraprendere
la strada dell'introspezione, dell'ascolto interiore, della scoperta
di sé.
__Egli si serve del linguaggio in
quanto insieme dei fenomeni di comunicazione e di espressione
che si manifestano sia nel mondo umano, sia al di fuori di esso.
Il linguaggio è infatti la capacità di utilizzare un qualsiasi
sistema di segni per comunicare. I gesti, i movimenti del corpo,
l'espressione del viso, che fanno parte del bagaglio formativo
del reflector, i cosiddetti "comportamenti cinetici" sono delle
forme di linguaggio. Ricoprono inoltre una notevole importanza
nel reflecting i cosiddetti elementi paralinguistici, quali il
tono della voce, la velocità dell'eloquio, i sospiri, le pause,
le smorfie, il riso, il pianto, ecc.
__In questo panorama comunicativo,
si comprende dunque che la parola, il linguaggio verbale hanno
un ruolo, per così dire, di "attori non protagonisti" nel reflecting.
Ma ciò rende ancora più delicato il loro utilizzo. Bisogna innanzitutto
conoscere le regole della comunicazione verbale, in modo da poterle
connettere all'uso mirato e concreto della lingua. Quando si pronuncia
una frase, è inoltre necessario avere piena cognizione delle sue
sfumature morfosintattiche e semantiche, dell'effetto che essa,
costruita in quel determinato modo e non in un altro, può avere
sulla persona che si ha di fronte. Soltanto avendo una globale
padronanza della lingua il reflector può essere in grado di dosarne
l'uso, di utilizzarla "cum grano salis" e al tempo stesso interpretare
le sfumature prosodiche e l'atteggiamento linguistico del soggetto.
__Una delle correnti linguistiche
moderne che studia l'universo complessivo del discorso è quella,
affermatasi alla metà degli anni Sessanta, della linguistica testuale,
la quale ha evidenziato che il comportamento linguistico, nella
sua realizzazione quotidiana, non si manifesta sottoforma di suoni,
parole o frasi, bensì di un intreccio organico, caratterizzato
dal fatto di essere composto di parti strutturate in maniera particolare.
Tale intreccio prende il nome di "testo", dal latino textus, "intessuto".
__ Il testo è dunque un messaggio
reale e completo, che ha un tema coerente, un significato compiuto
e mira a uno scopo ben preciso. L'emissione di un messaggio verbale,
l'atto linguistico, infatti, non è mai fine a se stessa, ma è
sempre guidata da un'intenzione e finalizzata a uno scopo. Anche
nel reflecting, l'uso della parola, pur se molto ridotto, ha un
suo scopo: favorire, sollecitare la persona alla riflessione.
__Un testo può essere costituito
da più frasi (unità di senso compiuto), ma anche da una sola purché,
oltre ovviamente ad avere senso compiuto, rappresenti un messaggio
che l'emittente e il destinatario considerano completo, o da una
singola parola. Anche un'espressione quale: "Shh!", se inserita
in un contesto appropriato, può essere considerata un testo. Per
esempio, se un'insegnante di fronte a degli allievi che fanno
confusione, dice: "Shh!" sortisce l'effetto di ottenere silenzio.
"Shh!" quindi è un testo che stabilisce un rapporto comunicativo
e influisce sulla realtà circostante modificando una situazione
(dal chiasso al silenzio).
__ Ma cosa fa di un atto linguistico
un testo? All'origine di ogni singolo atto linguistico, come abbiamo
affermato poc'anzi, c'è una precisa intenzione comunicativa. La
prima fase di produzione di esso, infatti, è la progettazione:
chi produce un messaggio intende raggiungere un certo fine mediante
esso, per esempio divulgare ciò che sa, ottenere un'adesione ad
un suo progetto, suscitare un determinato comportamento, ecc.
All'ideazione segue la fase di sviluppo, in cui vengono precisate
e collegate fra loro le idee. Infine il messaggio viene strutturato
a livello grammaticale. Due linguisti, De Beaugrande e Dressler,
hanno evidenziato che i requisiti essenziali di un testo sono
sette: coesione, coerenza, intenzionalità, accettabilità, informatività,
situazionalità e intertestualità.
__ I primi due criteri sono focalizzati
sul testo, l'intenzionalità e l'accettabilità sono indirizzati
verso il parlante-ascoltatore, l'informatività e la situazionalità
servono a inserire il testo nella situazione comunicativa e l'intertestualità
garantisce la definizione dei diversi tipi testuali. La coesione
è data dai rapporti grammaticali, dalla serie di meccanismi che
consentono il collegamento tra le diverse componenti di un testo.
È attuata principalmente mediante l'uso dei pronomi e dei connettivi,
ossia quelle parole che svolgono funzione di raccordo tra le diverse
parti del testo, ma anche per mezzo della ripetizione di una o
più parole. La ripetizione dei medesimi termini o espressioni,
la cosiddetta ricorrenza lessicale, è tipica della lingua parlata,
in cui è minore la capacità di pianificazione del testo e di conseguenza
maggiore la spontaneità (per esempio: "Ho regalato una sciarpa
a Lucia, so che a Lucia piacciono le sciarpe"). Viene per lo più
usata quando si vuole evidenziare o rafforzare un'opinione, un
parere, oppure esprimere sorpresa per fatti che sembrano essere
in disaccordo con il proprio punto di vista. Per esempio, se in
un incontro di reflecting una persona dice: "No, no dottore, con
mio marito un vero dialogo, non c'è mai stato e non ci sarà mai;
sa, lui non ne capisce l'importanza!". Il reflector potrebbe rispondere:
"Il dialogo… di-a-lo-go, tra lei e suo marito non c'è e non ci
sarà ma-i, un vero dialogo…".
__ La coerenza concerne la struttura
semantica, logica e psicologica di un testo. Questo può infatti
essere grammaticalmente corretto (ricco di coesione), ma totalmente
privo di senso. Parimenti, frasi agrammaticali, malcostruite,
frammentate, sono tollerate nella comunicazione orale, in cui
si ha un rapporto diretto con l'interlocutore e in cui dominano
la naturalezza e l'immediatezza, purché sia chiaro il fine che
si propongono. Possono anche mancare elementi di connessione tra
le frasi; il legame tra loro è ottenuto attraverso rapporti di
significato che garantiscono la coerenza semantica del testo (per
esempio: "Piove, porta l'ombrello"). La pratica stessa ci dice
che una frase diviene accettabile se unita ad altre frasi oppure
dal contesto. Anche i testi pronunciati dal reflector hanno una
coerenza del tutto particolare. Egli infatti non conversa, non
fa discorsi, ma si limita a proferire e a ripetere ? talvolta
scandendole o marcandone l'accento ?, singole parole o piccole
frasi, per lo più pronunciate in precedenza dal soggetto, accompagnandole
con la gestualità, lo sguardo, la prossemica. Apparentemente tutto
ciò sembrerebbe non avere senso, ma se si considera il contesto,
ovvero il reflecting e le sue finalità, la coerenza appare evidente.
Sentendo ripetere, scandire, alcune delle parole, delle frasi
che ha detto, sentendole risuonare più volte nell'anima, la persona
arriva a comprendere che è opportuno soffermarsi su di esse, in
quanto rivestono un certo significato nel suo iter riflessivo.
__ L'intenzionalità riguarda l'atteggiamento,
l'intenzione di chi produce un testo, la sua volontà di farsi
capire. Anche se normalmente in uno scambio comunicativo è possibile
comprendere molto più di quanto viene effettivamente detto. Un
enunciato può contenere infatti un certo numero di inferenze,
ovvero informazioni implicite supplementari che gli interlocutori
ricostruiscono sulla base di quanto viene proferito da chi parla
e del contesto comunicativo. Una corretta interpretazione delle
inferenze è fondamentale per il reflector. Queste preziose informazioni
supplementari infatti vengono da lui utilizzate valorizzandole,
magari enfatizzandole con il tono della voce, la mimica del volto,
i gesti, o riproponendole sottoforma di metafore, perché il soggetto
possa concentrarvi la sua attenzione e farne oggetto di riflessione.
__ Il criterio dell'accettabilità
riguarda il ricevente. Questi si crea delle aspettative riguardo
al messaggio, ma in generale è portato a comprendere meglio ciò
che più gli interessa e gli piace e a interagire. Nel reflecting,
per esempio, ? dando per scontata l'accettabilità del reflector
di ogni tipo di messaggio proveniente dalla persona ? soltanto
se il soggetto è seriamente intenzionato a compiere un percorso
interiore alla scoperta di sé del tutto diverso dalle terapie
psicologiche e psicoanalitiche, può essere disposto ad accettare
il singolare tipo di comunicazione che questo metodo prevede.
__ L'informatività riguarda il grado
di informazione che dà un testo, in che misura è prevedibile o
giunge inatteso. Se un'affermazione mette in discussione ciò che
per noi è assodato e contrasta con le nostre aspettative si avrà
un testo fortemente informativo che catturerà la nostra attenzione
molto più di un testo altamente prevedibile (per esempio la frase:
"Manzoni non ha scritto I promessi Sposi" è altamente informativa
in quanto contrasta con le nostre conoscenze e aspettative). Sia
pur in modo del tutto particolare, il grado di informatività di
un testo è osservabile anche nel reflecting. Si pensi per esempio
ai primi incontri, quando la persona che non ha ancora ben chiaro
il ruolo del reflector, si aspetta che questi le proponga soluzioni
ai suoi problemi, le dica cosa deve fare per risolverli, e quindi
si rivolge a lui con frasi del tipo: "La prego, mi aiuti, mi dia
un consiglio". Rimane però alquanto sconcertata quando egli le
risponde: "Abbiamo detto che insieme riflettiamo", oppure: "Un
consiglio…". In generale i testi del reflector sono altamente
informativi, in quanto per lo più inattesi.
__ La situazionalità si riferisce
all'adeguatezza di un testo in una determinata situazione comunicativa
che fa sì che esso risulti chiaro. Per esempio, se apposto fuori
da un negozio c'è un cartello con raffigurato un cane e sotto
la scritta "Io non posso entrare" ha un significato inequivocabile,
ma se si trovasse in mezzo a una strada o se fosse privo di immagine
non significherebbe nulla. Nel reflecting la varietà di linguaggi
comunicativi utilizzati, la particolarità del setting, delineano
un contesto all'interno del quale il testo è ridotto all'essenziale,
ma adeguato e funzionale al raggiungimento del fine che si prefigge
il metodo, ovvero stimolare la persona alla riflessione.
__ L'intertestualità riguarda il
rapporto tra un testo e altri testi simili, o con cui vi sono
affinità significative, conosciuti dal parlante e dall'interlocutore.
Consente inoltre di riconoscere un testo come appartenente a una
determinata tipologia testuale (per esempio un'indicazione stradale,
un messaggio pubblicitario, un'intervista, ecc.) o divergente
da essa. Per quanto riguarda il reflecting, se i primi incontri,
caratterizzati dalle presentazioni e dalla definizione del contratto,
possono indurre la persona a collegare questo metodo ad altre
terapie psicologiche e psicanalitiche e quindi a comportarsi di
conseguenza, chiedendo suggerimenti, soluzioni per risolvere i
propri problemi, l'atteggiamento del reflector, il suo non dare
risposte, né insegnamenti, né tantomeno fare domande, ma lasciare
che a parlare siano per lo più i silenzi, lo sguardo, i movimenti,
ecc., ne definisce la particolarità o meglio l'unicità, sia per
l'aspetto testuale (di produzione dei testi) che per tutti gli
altri aspetti.
__ Accanto ai criteri costitutivi
della comunicazione mediante testi vi sono tre principi cosiddetti
"regolativi", in quanto regolano la comunicazione testuale: efficienza
(il testo deve essere facilmente prodotto e fruito), efficacia
(il testo deve rimanere impresso nella memoria e deve favorire
il raggiungimento di un fine), appropriatezza (rapporto tra contenuto
espresso e i vari aspetti testuali). Il reflector deve infatti
fare molta attenzione al modo in cui produce i testi, al fine
che si prefigge, e al tipo di persona che ha di fronte. Per comunicare
verbalmente soltanto lo stretto necessario e in modo efficace,
egli deve conoscere a fondo i differenti aspetti della lingua,
in particolare il significato, le forme e le funzioni che le parole
assumono all'interno della frase.
__ La parte della linguistica che
studia il significato delle parole è la semantica (dal greco semàinô
"significo", derivato da semâ, "segno"). Al significante, cioè
l'aspetto grafico e fonico di una parola è associato il significato.
Questo non si può stabilire in assoluto, ma sempre in relazione
al significato delle parole di significato uguale e simile ("macchina",
"veicolo", "automobile"), e di significato opposto ("caldo-freddo",
"piccolo-grande") e al contesto in cui viene pronunciata. Si distinguono
un significato denotativo, ovvero quello informativo di base,
che è indicato nei dizionari e su cui concorda la maggior parte
dei parlanti (per esempio: "Il giorno è uno spazio di tempo di
ventiquattro ore") e un significato connotativo, ossia quello
emotivo, relativo alle associazioni evocate dalla parola, le quali
sono frutto di suggestioni, impressioni, differenti da persona
a persona (per esempio: "notte": "buio", "paura", "solitudine",
"romanticismo"). E proprio sulle associazioni, sull'eco emotiva
che una parola può suscitare lavora il reflector. Egli infatti
accompagna le sollecitazioni attraverso le diverse polarizzazioni
nello spazio (alto, basso, sinistra, destra, ecc.) con le parole
che le definiscono, ognuna delle quali dà vita a differenti associazioni,
ha connotazioni associativo simboliche (per esempio a movimenti
verso il basso si assoceranno parole come: "regressione", "interiore",
"statico", "apatico", "discesa", ecc.). La potenza evocativa di
associazioni e di simboli legati a una determinata parola, nel
reflecting agisce come una sorta di "combinazione" che consente
di accedere alla cassaforte dell'anima per poterne ammirare il
"contenuto" nella sua unicità e autenticità. Tornando al significato
di una parola, lo si può definire come la capacità che essa ha
di indicare un qualsiasi elemento della realtà o prodotto della
fantasia (chiamato referente), definendone le caratteristiche
in base alla cultura e all'ideologia di una determinata epoca.
Ogni parola non può essere considerata singolarmente, in quanto
nella nostra mente viene memorizzata come legata ad altre parole
da una fitta rete di relazioni. Per esempio la parola "abitazione"
può essere associata a "casa", "dimora", "villa", "palazzina",
"edificio", perché comunicano un concetto simile; ad "abitare",
"abitabile", "abitabilità", "abitato", "abitante", per il comune
concetto di base e la radice "abit-"; a "piano", "tetto", "facciata",
"appartamento", "scala", perché indicano le parti di un edificio
(abitazione). Una serie di parole legate fra loro da una rete
di rapporti reciproci di significato, costituisce un campo semantico,
proprio come i lemmi che definiscono i principi stimolatori del
reflecting, ovvero "agevolare", "facilitare", "favorire", "aiutare",
"secondare", "sostenere", "promuovere", "animare", "suscitare",
ecc., nonché i termini associati alle diverse polarizzazioni nello
spazio. Il legame tra le parole può dipendere dal fatto che esse
hanno in comune il significato (ossia sono sinonimi), o hanno
la medesima forma, ma un significato differente (sono omonimi),
o sono in opposizione (sono antonimi, o contrari) oppure dall'associazione
di idee. Il reflector si serve, dosandoli opportunamente, dei
sinonimi e dei contrari in base alla sollecitazione che decide
di fornire per stimolare l'iter riflessivo. Utilizza un sinonimo
quando vuole che la persona si soffermi su un determinato termine
o espressione per approfondirne la valenza; ricorre a un contrario,
invece, quando vuole sollecitare differenti interpretazioni che
possono condurre a nuove soluzioni, a positivi cambiamenti interiori.
__ Inoltre è abbastanza frequente
nel reflecting il ricorso ai mutamenti di significato, ovvero
ai metasememi, alcune figure retoriche che sono ormai entrate
nell'uso abituale della lingua, come, per esempio, la metafora.
Essa nasce dalla sovrapposizione di due termini appartenenti a
campi semantici diversi: opera un trasferimento di senso tramite
la sostituzione di una parola con un'altra il cui significato
è in rapporto di somiglianza. Nel punto di contatto tra i due
termini si ha una fusione, il cui effetto è un vero e proprio
corto circuito verbale e si dà vita a una terza cosa che prima
non c'era, accrescendo ulteriormente la potenza emotiva mediante
la condensazione di significato. La realizzazione di una metafora
è dunque un vero e proprio atto creativo. La metafora è molto
utile nel reflecting. Il suo linguaggio per immagini, infatti,
sollecita il canale emotivo-affettivo facilitando l'espressione
di sensazioni ed emozioni non facilmente verbalizzabili e inoltre
aiuta a far vedere in una luce diversa una situazione, un problema,
a dare risalto a un pensiero. Ecco un esempio: "Io dottore vorrei
tanto trovare le forze per chiudere questa relazione e ritrovare
me stessa e la mia libertà". Reflector: "Spezzare le catene e
mettere le ali". Un particolare tipo di metafora non infrequente
nel reflecting è la sinestesia, che consiste nel creare un'immagine
mediante l'associazione di due parole (un sostantivo e un aggettivo)
esprimenti percezioni relative a sfere sensoriali diverse. Per
esempio "voce (sfera uditiva) calda (sfera tattile)", "luce (sfera
visiva) calda (sfera tattile)", "profumo (sfera olfattiva) dolce
(sfera gustativa)". Le due parole accostate, in un rapporto di
reciproche interferenze e corrispondenze danno vita a un'immagine
vividamente inconsueta, originale, incisiva. Per sostenere il
soggetto nell'accesso al proprio mondo interiore è necessario
apprendere il suo linguaggio, che è fatto di percezioni, sensazioni,
corrispondenze misteriose tra i sensi. Qualche esempio: Persona:
"Quando sono giù, solo mia madre e la sua voce confortante riescono
ad aiutarmi". Reflector: "La calda e luminosa voce della mamma!";
questo, mi fa sentire cupa". Reflector: "Decidere di indossare
vestiti con colori squillanti e chiassosi…". Oltre ai metasememi,
nel reflecting si può ricorrere ai metalogismi (modificazioni
del senso logico complessivo della frase), ai metaplasmi (modificazioni
dell'aspetto sonoro o grafico delle parole, delle sillabe o dei
fonemi) alle metatassi (modificazioni della struttura della frase)
ed è utile saper riconoscere e impiegare in maniera proficua altre
figure retoriche ormai di uso comune. Inoltre per essere in grado
di realizzare testi corretti ed efficaci e saperli interpretare
è importante per il reflector conoscere le parti del discorso,
il loro ruolo nella frase, e soprattutto le relazioni che stabiliscono
tra loro. È importante, per esempio, per quanto riguarda i modi
verbali, saper distinguere tra l'uso dell'indicativo (realtà-azione
certa), del congiuntivo (allontanamento dalla realtà- azione desiderata,
voluta, supposta), del condizionale (incertezza, eventualità),
dell'imperativo (ordine, comando, divieto, preghiera, consiglio).
Come per gli aggettivi conoscere la differenza tra i vari tipi
(qualificativi, dimostrativi, possessivi, indefiniti) e, a seconda
dell'effetto che si vuole ottenere (intensificare più o meno l'immagine
espressa), essere in grado di scegliere la posizione dell'aggettivo
qualificativo: non marcata (prima del nome: "gli alti alberi")
o marcata (dopo il nome: "gli alberi alti"), che può cambiare
l'intero significato della frase. A tal proposito è importante
tener presente che anche gli avverbi sono dei modificatori del
significato. Tra i vari tipi di avverbi, quelli di giudizio ("non"),
di affermazione ("sì", "certamente", "sicuramente"…), di negazione
("no", "per niente", "nemmeno"…) informano su un atteggiamento
del parlante, mentre i presentativi ("ecco") hanno un forte rilievo
enfatico.
__ Una particolare attenzione deve
essere poi rivolta alle interiezioni, utilizzate spessissimo dal
reflector, le quali possono avere lo stesso significato di un'intera
frase e possono mutarlo a seconda del tono impresso nel pronunziarle
e/o dalla mimica e macro-cinestesia di riferimento. Per esempio,
"bah" (pronunziata con enfasi: indica accettazione, assenso) e
"bah-bah" (e ondeggiamento della testa: indica dubbio, perplessità).
Le preposizioni, invece, oltre a collegare tra loro gli elementi
della proposizione e a renderne espliciti i rapporti, rappresentano
degli "snodi" logici per rimanere in ascolto attivo e coglierne
il senso psicologico. Il reflector può riprendere un elemento
della frase pronunziata dalla persona partendo da una preposizione.
Per esempio: Persona: "Feci quella cosa per lei". Reflector: "Per…
lei", enfatizzando il "per".
__ Mentre per quanto riguarda le
congiunzioni è necessario sapere quando usare quelle coordinative
(come le correlative: "e... e...", "sia... sia..." e le disgiuntive:
"o", "oppure", "ovvero"), piuttosto che quelle subordinative (come
le causali: "perché", "poiché", "giacché"… e le comparative: "così…
come", "più che", "meglio che"…). Dal punto di vista sintattico,
tra i due tipi di costruzione delle frasi, ossia paratassi o coordinazione
(Per esempio: "Prendo il maglione, ho freddo"), in cui si ha una
maggiore segmentazione dell'espressione, e ipotassi o subordinazione
("Prendo il maglione perché ho freddo"), che consente maggiori
sfumature espressive, il reflector dovrebbe prediligere la prima,
la paratassi, in quanto stimola la persona a riflettere sulle
interpretazioni più opportune.
__ Il particolare uso della parola,
ridotta all'essenziale, "restituita ai suoi valori intrinseci
di evocazione e rivelazione", sempre in bilico tra il concreto
e l'astratto, foriera di immagini "trascoloranti l'una nell'altra",
di contaminazioni tra effetti sensoriali, di simboli, caratterizza
quello che potremmo definire lo "stile reflecting". Esso presenta
alcune analogie con la poesia, in particolare con quella ermetica,
con la misurazione, frantumazione, la scarnificazione della parola,
i "vocaboli deposti nel silenzio", le immagini "di segreta e sfuggente
sensualità", dell'Ungaretti di Sentimento del tempo (1933). E
parimenti il reflector ricorda per certi versi la figura del poeta.
Per ambedue il silenzio è la porta della parola interiore. Essa
proviene dai misteriosi riflessi dell'anima, dalle sue voci profonde,
spezzate, che sussurrano arcane associazioni di percezioni, emozioni,
vissuti. Il poeta se ne sta, raggomitolato in se stesso, ad ascoltarla,
per poi fissarla sulla pagina. Il reflector, nel sollecitare la
persona alla riflessione, la predispone all'ascolto, lasciando
che affiori liberamente in lei la sua personale ed unica "poesia".
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