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__Più intensamente
che nel lavoro di relazione individuale, le diverse esperienze
condotte all'interno di gruppi in contesti variegati mi hanno
aperto importanti finestre che esprimono con maggiore definizione
le qualità e le caratteristiche dell'impegno professionale del
reflector.
__Ho potuto lavorare, nell'arco degli
ultimi tre anni, in realtà operative che avevano la profonda esigenza
di accogliere e integrare gruppi di persone attorno a bisogni
ed esigenze differenti. Tra questi, ne annovero due nello specifico:
un gruppo costituito all'interno di una associazione rivolta alla
cura ed al sostegno dei malati oncologici; un secondo gruppo nascente
dal bisogno di affrontare e valorizzare il ruolo genitoriale.
Il primo è stato costituito all'interno dell'ambito sanitario,
l'altro in ambito scolastico-educativo... due aree che mi hanno
permesso di sondare le rilevanze legate all'ambiente e, soprattutto,
quanto il reflecting può fare nella costituizione di proficue
atmosfere di incontro e relazione, al di là dei contesti e delle
qualità dei luoghi. A queste due esperienze, voelvo collegare,
ma non per ultimo, una terza esperienza relazionale condotta,
in ambito privato, all'interno del mio studio professionale per
rispondere alle numerose esigenze di persone che richiedevano
il "bisogno di incontrarsi e di confrontarsi".
__Sebbene ogni ambito lavorativo
- scolastico, sanitario o privato - necessitasse di approcci sicuramente
differenti, la modalità del Reflecting ha da subito permesso di
aprire importanti sperimentazioni per trasformare luoghi materiali
d'incontro in veri e propri "laboratori" per conoscere e conoscersi
meglio.
__Da cosa nasce un gruppo e da cosa,
nello specifico, nascevano queste tre esperienze? Il gruppo costituito
all'interno del Centro Interdisciplinare di Ascolto Oncologico
di Siracusa nasceva da un presupposto intimamente legato alla
malattia da una parte e dal bisogno di dare accoglienza e contenimento
a tutto il difficile vissuto delle singole persone dall'altra.
Nell'esperienza della costituizione del gruppo genitoriale, come
reflector mi sono trovata a confrontarsi con un ambiente sociale
e relazionale completamente differente: uomini e donne, padri
e madri, che attorno al proprio ruolo genitoriale avevano cotruito
il proprio "status quo". Anche se da altri propositi, anche il
gruppo nato in ambito privato si è velocamente assestato attraverso
una "etihcetta" di gruppo che lo sostanziava o tanto credeva di
fare.
__Si tratta, sebbene con le evidenti
diversità, di gruppi esperenziali legati da un filo conduttore,
gruppi che, sebbene avevano dato voce all'urgenza di relazione
e di confronto, faticavano, già dall'inizio, ad emergere e a liberarsi
dal contesto che li aveva fatti nascere. Come se prima di essere
"persone" fossero "malati", prima di essere "persone" fossero
"genitori".
__Forse proprio per le esperienze
regresse, partecipare ad un gruppo significava, per ciascuno dei
coinvolti, stare a "recitare" un ruolo: il reflecting mi ha permesso
di "scardinare" passo dopo passo, questo essenziale presupposto
che all'apparenza stabilizza e unifica un gruppo, ma che ben presto
diventa una stretta maglia dalla quale si riesce ad uscire con
grande fatica.
__Ma così come individualmente il
reflector incontra la persona senza etichettature, incasellamenti
diagnostici, preconcetti e schemi precostituiti, alla medesima
maniera un incontro tra tante e più persone ed il reflector non
può dimenticare questo stesso principio deontologico. Il bisogno
di incontrare la persona si impone come prima necessità professionale
e richiede, da subito, la rottura di numerose e confermate abitudini.
__Nessuna "rottura" imposta, certamente.
E' lo stesso reflector che con la sua scienza - e le sue gesta
da questa ispirate - può permettersi una navigazione su altri
mari.
__Gli stimoli che il Reflecting conduce
all'interno dei gruppi sono i medesimi che già da soli "destrutturano"
i setting indiviuali: voce alle persone, una definita "presenza"
del reflector, corposa ma mai ingombrante, spazio al silenzio,
costruzione e ri-costruzione di un setting in cui ciascun partecipare
possa ritrovare il piacere di riscoprirsi al di là dei ruoli o
dei costrutti.
__Come costruire tutto ciò? In qualità
di reflector ho penetrato i gruppi con la stessa discrezione della
quale si impregna questo ruolo e per ciascuna persona ritrovarsi
coinvolta in uno spazio metaforico nel quale nessuna "guida",
o conduttore che dir si voglia, dominava più o meno tacitamente
era già una profonda rivoluzione.
__La prima grande rivoluzione al
"gruppo" lo fa, dunque, il gruppo stesso: messa nelle condizioni
di guardarsi negli occhi e di vivere un'atmosfera di incontro
reale con gli altri - come lei o diversi da lei - scardina un
importante presupposto, quello di imporre temi o di veicolare
discussioni. Il reflector, di certo, ha l'indiscusso compito di
favorire la comunicazione ma semplicemente disponendo un ambiente
lontano da ogni condizionamento, da ogni volontà esterna a se
stesso.
__Il reflector ha una grande responsabilità
in tal senso: così come diventa spesso "specchio" del soggetto
che si incontra individualmente, alla stessa maniera si impone
come specchio del gruppo che si riunisce. In esso l'intero gruppo
si specchia e si ritrova; in esso ritrova l'ambiente idoneo per
perdere - con coraggio - ogni necessità di essere !qualcuno" o
di indossare i panni di qualcos'altro.
__E' facile ritrovare il gruppo disposto
a parlare di "malattia" - lo ha fatto per mesi all'interno dei
gruppi di auto-mutuo-aiuto; è ancora più semplice per un gruppo
di genitori ritrovarsi a parlare di quanto sia difficile crescere
i propri figli... come diventa innovativo il silenzio di un reflector
che, ad un certo punto, conduce le attenzioni lì dove non si era
mai guardato, magari sulle proprie qualità personali, sulle cose
che sentono in quel momento, sullo sguardo di chi stava loro avanti.
__Perdere la maschera è possibile
quando l'ambiente che ci ospita dichiara la sua capacità a contenerci
così come siamo: il lavoro di gruppo rimanda certamente al bisogno,
tutt'altro che banale, di costruzione di questo tipo di atmosfera,
un'atmosfera fiduciosa che sa che anche un gruppo, come la singola
persona, conosce bene il proprio percorso e, una volta condotto
nella direzione della propria esplorazione, lascia emergere le
immense ricchezze che possiede.
__Di certo, il reflector che si ritrova
in un gruppo non dimenticherà mai di incontrare i singoli occhi
di chi compone un cerchio di persone: è la fiducia nel progresso
che gli da la sicurezza che ogni cosa evolve verso la direzione
maggiormente più idonea e che il suo ruolo è semplicemente quello
di "esserci" e di "metacomunicare" se stesso: "io mi fido di te,
della tua capacità di darti consiglio, di indirizzare I tuoi passi
perchè il gruppo stesso costruisce, con te, le condizioni idonee
perchè qualcosa cresca". Questo è il messaggio, implicito, che
mi sentivo di comunicare quando, ascoltando, davo l'intima parola
al gruppo.
__ Bandito, naturalmente, ogni suggerimento,
consiglio o "massima" che rischia di far ricadere ogni intervento
nel banale e nel retorico. Davanti a tanti momenti preziosi, è
stato il silenzio e lo sguardo che ha riempito gli spazi e che
ha permesso incontri sinceri e profondi tra persone sempre differenti.
Prendere posizione, qualunque posizione - e me ne accorgevo -
voleva dire metacomunicare "io non mi fido di te". E se l'ambiente
che ci circonda non si fida di noi, non c'è alcuna possibilità
che ci spinga a manifestarci. Perchè lo "spirito del gruppo" emerga
è necessario costruire questa "fiducia" e lavorare per preservarla
dal fantasma dell'interventismo, dalle paure dell'attesa e dal
timore di ciò che non si conosce, dell'ignoto che dimora dentro
ciascun uomo e che, nel gruppo, guida le sorti.
__ Lo spazio del gruppo nel quale
ho avuto la possibilità di entrare da Reflector si è sempre tinto
di presenza e concretezza: il bisogno richiesto a chiare lettere
era proprio quello di essere considerate e valorizzate per quel
che si è, per le necessità del momento e non per quelle che si
posticipano al domani o si recuperano dal passato. Essere presente
ha significato, per il gruppo di donne che attraversavano il disastro
del cancro, uscire dall'etichetta di "malate" per ricordarsi di
essere anche persone, madri, figlie, lavoratrici... Ha riportato
alla luce, nei genitori intimoriti dal proprio ruolo, risorse
e potenzialità che solo un'uscita dal labirinto del problema poteva
portare... Essere presente ha riportato i singoli partecipanti
al gruppo eterogeneo svoltosi negli spazi dello studio professionale
a pensarsi più liberamente, con la trasparenza che soprattutto
il Reflector deve veicolare già dai primi momenti di incontro.
__ Parlare di queste tre esperienze
mi ha spinto a ritornare, con ancora maggiore convinzione, ai
capisaldi del Reflecting, dunque, e questo attraversando anche
numerosi momenti di grande difficoltà, durante i quali il conflitto
o il dolore hanno avuto certamente la meglio. Ma, così come la
pratica professionale insegna, è spesso durante amare consapevolezze
che la persona ritrova se stessa, i suoi spazi e la sua intima
congruenza. Il gruppo non ha mai negato questa essenziale ontologia:
stare, col silenzio, in quello stesso dolore e in quel medesimo
conflitto ha lasciato pian piano emergere il lato "terapeutico"
del gruppo stesso: ricostruirsi più forte di prima appena superata
da bufera. Il dolore e il silenzio dell'introspezione restituiscono
a ciascuna persona quella dignità della quale nessuno può fare
a meno, soprattutto in certi momenti, magari particolarmente difficili,
della vita.
__ Le singole esperienze di gruppo,
condotte per tempi di circa cinque mesi, con un incontro settimanale
di un paio d'ore, hanno offerto quel terreno di dignità che motiva
la riflessione, la sostiene e la rende proficua.
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