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ESPERIENZA DI GRUPPO: LA PRESONA INCONTRA IL REFLECTOR
Letizia Lampo

__Più intensamente che nel lavoro di relazione individuale, le diverse esperienze condotte all'interno di gruppi in contesti variegati mi hanno aperto importanti finestre che esprimono con maggiore definizione le qualità e le caratteristiche dell'impegno professionale del reflector.
__Ho potuto lavorare, nell'arco degli ultimi tre anni, in realtà operative che avevano la profonda esigenza di accogliere e integrare gruppi di persone attorno a bisogni ed esigenze differenti. Tra questi, ne annovero due nello specifico: un gruppo costituito all'interno di una associazione rivolta alla cura ed al sostegno dei malati oncologici; un secondo gruppo nascente dal bisogno di affrontare e valorizzare il ruolo genitoriale. Il primo è stato costituito all'interno dell'ambito sanitario, l'altro in ambito scolastico-educativo... due aree che mi hanno permesso di sondare le rilevanze legate all'ambiente e, soprattutto, quanto il reflecting può fare nella costituizione di proficue atmosfere di incontro e relazione, al di là dei contesti e delle qualità dei luoghi. A queste due esperienze, voelvo collegare, ma non per ultimo, una terza esperienza relazionale condotta, in ambito privato, all'interno del mio studio professionale per rispondere alle numerose esigenze di persone che richiedevano il "bisogno di incontrarsi e di confrontarsi".
__Sebbene ogni ambito lavorativo - scolastico, sanitario o privato - necessitasse di approcci sicuramente differenti, la modalità del Reflecting ha da subito permesso di aprire importanti sperimentazioni per trasformare luoghi materiali d'incontro in veri e propri "laboratori" per conoscere e conoscersi meglio.
__Da cosa nasce un gruppo e da cosa, nello specifico, nascevano queste tre esperienze? Il gruppo costituito all'interno del Centro Interdisciplinare di Ascolto Oncologico di Siracusa nasceva da un presupposto intimamente legato alla malattia da una parte e dal bisogno di dare accoglienza e contenimento a tutto il difficile vissuto delle singole persone dall'altra. Nell'esperienza della costituizione del gruppo genitoriale, come reflector mi sono trovata a confrontarsi con un ambiente sociale e relazionale completamente differente: uomini e donne, padri e madri, che attorno al proprio ruolo genitoriale avevano cotruito il proprio "status quo". Anche se da altri propositi, anche il gruppo nato in ambito privato si è velocamente assestato attraverso una "etihcetta" di gruppo che lo sostanziava o tanto credeva di fare.
__Si tratta, sebbene con le evidenti diversità, di gruppi esperenziali legati da un filo conduttore, gruppi che, sebbene avevano dato voce all'urgenza di relazione e di confronto, faticavano, già dall'inizio, ad emergere e a liberarsi dal contesto che li aveva fatti nascere. Come se prima di essere "persone" fossero "malati", prima di essere "persone" fossero "genitori".
__Forse proprio per le esperienze regresse, partecipare ad un gruppo significava, per ciascuno dei coinvolti, stare a "recitare" un ruolo: il reflecting mi ha permesso di "scardinare" passo dopo passo, questo essenziale presupposto che all'apparenza stabilizza e unifica un gruppo, ma che ben presto diventa una stretta maglia dalla quale si riesce ad uscire con grande fatica.
__Ma così come individualmente il reflector incontra la persona senza etichettature, incasellamenti diagnostici, preconcetti e schemi precostituiti, alla medesima maniera un incontro tra tante e più persone ed il reflector non può dimenticare questo stesso principio deontologico. Il bisogno di incontrare la persona si impone come prima necessità professionale e richiede, da subito, la rottura di numerose e confermate abitudini.
__Nessuna "rottura" imposta, certamente. E' lo stesso reflector che con la sua scienza - e le sue gesta da questa ispirate - può permettersi una navigazione su altri mari.
__Gli stimoli che il Reflecting conduce all'interno dei gruppi sono i medesimi che già da soli "destrutturano" i setting indiviuali: voce alle persone, una definita "presenza" del reflector, corposa ma mai ingombrante, spazio al silenzio, costruzione e ri-costruzione di un setting in cui ciascun partecipare possa ritrovare il piacere di riscoprirsi al di là dei ruoli o dei costrutti.
__Come costruire tutto ciò? In qualità di reflector ho penetrato i gruppi con la stessa discrezione della quale si impregna questo ruolo e per ciascuna persona ritrovarsi coinvolta in uno spazio metaforico nel quale nessuna "guida", o conduttore che dir si voglia, dominava più o meno tacitamente era già una profonda rivoluzione.
__La prima grande rivoluzione al "gruppo" lo fa, dunque, il gruppo stesso: messa nelle condizioni di guardarsi negli occhi e di vivere un'atmosfera di incontro reale con gli altri - come lei o diversi da lei - scardina un importante presupposto, quello di imporre temi o di veicolare discussioni. Il reflector, di certo, ha l'indiscusso compito di favorire la comunicazione ma semplicemente disponendo un ambiente lontano da ogni condizionamento, da ogni volontà esterna a se stesso.
__Il reflector ha una grande responsabilità in tal senso: così come diventa spesso "specchio" del soggetto che si incontra individualmente, alla stessa maniera si impone come specchio del gruppo che si riunisce. In esso l'intero gruppo si specchia e si ritrova; in esso ritrova l'ambiente idoneo per perdere - con coraggio - ogni necessità di essere !qualcuno" o di indossare i panni di qualcos'altro.
__E' facile ritrovare il gruppo disposto a parlare di "malattia" - lo ha fatto per mesi all'interno dei gruppi di auto-mutuo-aiuto; è ancora più semplice per un gruppo di genitori ritrovarsi a parlare di quanto sia difficile crescere i propri figli... come diventa innovativo il silenzio di un reflector che, ad un certo punto, conduce le attenzioni lì dove non si era mai guardato, magari sulle proprie qualità personali, sulle cose che sentono in quel momento, sullo sguardo di chi stava loro avanti.
__Perdere la maschera è possibile quando l'ambiente che ci ospita dichiara la sua capacità a contenerci così come siamo: il lavoro di gruppo rimanda certamente al bisogno, tutt'altro che banale, di costruzione di questo tipo di atmosfera, un'atmosfera fiduciosa che sa che anche un gruppo, come la singola persona, conosce bene il proprio percorso e, una volta condotto nella direzione della propria esplorazione, lascia emergere le immense ricchezze che possiede.
__Di certo, il reflector che si ritrova in un gruppo non dimenticherà mai di incontrare i singoli occhi di chi compone un cerchio di persone: è la fiducia nel progresso che gli da la sicurezza che ogni cosa evolve verso la direzione maggiormente più idonea e che il suo ruolo è semplicemente quello di "esserci" e di "metacomunicare" se stesso: "io mi fido di te, della tua capacità di darti consiglio, di indirizzare I tuoi passi perchè il gruppo stesso costruisce, con te, le condizioni idonee perchè qualcosa cresca". Questo è il messaggio, implicito, che mi sentivo di comunicare quando, ascoltando, davo l'intima parola al gruppo.
__ Bandito, naturalmente, ogni suggerimento, consiglio o "massima" che rischia di far ricadere ogni intervento nel banale e nel retorico. Davanti a tanti momenti preziosi, è stato il silenzio e lo sguardo che ha riempito gli spazi e che ha permesso incontri sinceri e profondi tra persone sempre differenti. Prendere posizione, qualunque posizione - e me ne accorgevo - voleva dire metacomunicare "io non mi fido di te". E se l'ambiente che ci circonda non si fida di noi, non c'è alcuna possibilità che ci spinga a manifestarci. Perchè lo "spirito del gruppo" emerga è necessario costruire questa "fiducia" e lavorare per preservarla dal fantasma dell'interventismo, dalle paure dell'attesa e dal timore di ciò che non si conosce, dell'ignoto che dimora dentro ciascun uomo e che, nel gruppo, guida le sorti.
__ Lo spazio del gruppo nel quale ho avuto la possibilità di entrare da Reflector si è sempre tinto di presenza e concretezza: il bisogno richiesto a chiare lettere era proprio quello di essere considerate e valorizzate per quel che si è, per le necessità del momento e non per quelle che si posticipano al domani o si recuperano dal passato. Essere presente ha significato, per il gruppo di donne che attraversavano il disastro del cancro, uscire dall'etichetta di "malate" per ricordarsi di essere anche persone, madri, figlie, lavoratrici... Ha riportato alla luce, nei genitori intimoriti dal proprio ruolo, risorse e potenzialità che solo un'uscita dal labirinto del problema poteva portare... Essere presente ha riportato i singoli partecipanti al gruppo eterogeneo svoltosi negli spazi dello studio professionale a pensarsi più liberamente, con la trasparenza che soprattutto il Reflector deve veicolare già dai primi momenti di incontro.
__ Parlare di queste tre esperienze mi ha spinto a ritornare, con ancora maggiore convinzione, ai capisaldi del Reflecting, dunque, e questo attraversando anche numerosi momenti di grande difficoltà, durante i quali il conflitto o il dolore hanno avuto certamente la meglio. Ma, così come la pratica professionale insegna, è spesso durante amare consapevolezze che la persona ritrova se stessa, i suoi spazi e la sua intima congruenza. Il gruppo non ha mai negato questa essenziale ontologia: stare, col silenzio, in quello stesso dolore e in quel medesimo conflitto ha lasciato pian piano emergere il lato "terapeutico" del gruppo stesso: ricostruirsi più forte di prima appena superata da bufera. Il dolore e il silenzio dell'introspezione restituiscono a ciascuna persona quella dignità della quale nessuno può fare a meno, soprattutto in certi momenti, magari particolarmente difficili, della vita.
__ Le singole esperienze di gruppo, condotte per tempi di circa cinque mesi, con un incontro settimanale di un paio d'ore, hanno offerto quel terreno di dignità che motiva la riflessione, la sostiene e la rende proficua.

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