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__Tutte le cose son
parole della
__lingua in cui Qualcuno o Qualcosa
scrive,
__notte e giorno, il garbuglio incomprensibile
__che è la storia del mondo. In turba
passano
__ Roma e Cartagine, io, tu, lui,
la mia
__ vita che non intendo, questa pena
__ d'esser crittografia, enigma,
caso
__ e tutta la discordia di Babele.
__Dietro il nome sta ciò che non
si nomina;
__oggi ho sentito grave la sua ombra
__sull'ago azzurro, lucido e leggero,
__che punta al limite di un mare
e un po'
__somiglia a un orologio visto in
sogno
__un po' a un uccello che dormendo
trema.
__Una bussola Jorge Luis Borges
Quando riusciamo ad avvicinarci a noi stessi?
A letto, in viaggio, a casa, dove tante cose al rientro ci sembrano
migliori?
Ognuno conosce il sentimento di aver dimenticato qualcosa nella
sua vita cosciente, qualcosa che è rimasto a mezza strada e non
è venuto alla luce. Ecco perché spesso sembra tanto importante
ciò che si voleva dire proprio ora e che ci è sfuggito.
da Tracce Ernst Bloch
Tutto cospira a tacere di noi, un po' come si tace un'onta, forse,
un po' come si tace una speranza ineffabile
R.M.Rilke
Pensieri e parole sul silenzio
Parlare di silenzio è parlare di parole, parole per definirlo,
per cogliere il legame fra il dire e il non dire.
Solo silenzio e solo parole sono poli opposti di scenari di follia,
cioè di mancata e mancanza di comunicazione, tra il corpo e la
mente, l'io e il sé, il sé e l'altro da sé.
Dal silenzio si vuole uscire se tace qualcosa di noi che il desiderio
vuole esprimere e al silenzio si ricorre quando le parole esauriscono
energia, vita, dettaglio, senso,coraggio.
Ancora è il silenzio che si impone quando la parola è perduta,
dimenticata pur conservandone una memoria vaga e lontana; allora
a volte nella malattia, del corpo e della mente, risulta più chiaro
quanto possano confondersi i confini dell'uno e dell'altra. La
parola arriva al suo limite e al suo approdo e diventa silenzio.
"C'è un tempo per parlare e un tempo per tacere" recita l'Ecclesiaste
affermando così che la sapienza, il sapere vivere è riconoscere
i tempi, saper stare in questa oscillazione di tempi sempre in
ritorno, pazientare nell'uno sapendo attendere l'altro. Così parlare
e tacere rimandano alle categorie di vicinanza e lontananza rispetto
a un centro che è il soggetto e la sua posizione nel tempo di
vita.
Ma praticare il silenzio non basta a "illuminare" e la consuetudine
alle parole non dà intelligenza delle cose se la parola non ha
patito il suo silenzio, se non lo ha abitato sentendosi straniera.
Parlare di silenzio è un po' come decidere di prendere l'aereo
e alzarsi in volo, sorvolare gli spazi che normalmente abitiamo,
gli spazi delle nostre relazioni. Vedere dall'alto, vedere a distanza,
prendere le distanze da noi, dai nostri discorsi.
Può essere scelta volontaria di astenersi dalle parole, una esperienza
piacevole legata ad una necessità di solitudine, di ricerca di
una propria identità che per essere tale deve distinguersi dal
paesaggio in cui può confondersi, un trovarsi soli e nel silenzio
per incontrarsi.
Questo è possibile quando c'è un ben-essere, quando non fanno
paura le voci interiori che dal silenzio salgono alla coscienza,
un brusio continuo che normalmente si cerca di confondere con
i suoni del mondo.
Il silenzio non è muto, ma ha una sua voce, l'ascolto di questa
voce non è immediata né scontata. E' la voce delle viscere della
realtà, "metafora che capta- con più fedeltà e ampiezza del moderno
termine psicologico subcoscienza- l'originario, il sentire irriducibile,
primario, dell'uomo nella sua vita, la sua condizione di vivente.
Nel silenzio i significati si moltiplicano, si confondono, si
accumulano, si sovrappongono ...mentre le parole si impongono
per fare " chiarezza", la chiarezza che il soggetto chiede perché
la propria voce possa pronunciarsi e dire un senso. La comunicazione
necessita di una visione chiara che produca conoscenza e di una
ricomposizione della visione in racconto che rende comprensibile
e condivisibile l'esperienza del proprio vivere. Ma in questo
percorso il logos edifica il pensiero e la "voce" si perde nei
sotterranei ma ne resta fondamento.
"Chi misura ciò che incontra con criteri stabiliti in precedenza
non incontra mai qualcosa di nuovo, perché si limita a sistemare
e risistemare continuamente il campo secondo i dettami della ragione
che non sa ascoltare, perché è impegnata a ordinare, a prestabilire
tutti i sensi e tutti i significati possibili (..) altrimenti
deve rinunciare a priori a una tavola di criteri anticipatamente
stabilita, per mettersi a disposizione della parola, ascoltarla
per ciò che essa ha da dire, per il non detto che la regge
e che la rende udibile."
La voce è mediatrice, è porta che collega il silenzio del cuore
e il suo pieno di senso alla parola-significato condiviso.
La voce tradisce il senso autentico che la parola può nascondere
perché è capace di svelare qualcosa di colui che pronuncia parole.
Se si assume il concetto fenomenologico di "sguardo" la prospettiva
cambia: "ciò che si vede non è uno spettacolo che basti riorganizzare,
ma è un vissuto, un'esperienza..non è qualcosa che si presenti
in uno spazio figurativo piatto, ma qualcosa che emerge piuttosto
in un contesto pragmatico e vivente, dove si incontrano fenomeni
intensivi, qualitativi e temporali. Nell'incontro con l'altro
non si può passare dalla visione alla rappresentazione verbale,
poiché il tempo dello sguardo non è quello della cosa vista. Vedere
è sguardo che si incontra con un altro sguardo e ne è modificato:
non c'è simmetria tra vedere ed essere visto; l'essere visto cambia
il vedere." Silenzio, sguardo e incontro in una prospettiva non
lineare ma asimmetrica. Essere buttati fuori, espulsi, senza fondamento
né punti di riferimento: lo spazio per un momento più che orizzonte
di visibilità, spazio geometrico da utilizzare è lontananza, distanza
che separa, perdita del luogo e del riparo ma anche farsi strada
nel visibile, consapevoli che si vede ciò che la propria individualità
consente di vedere (Jung); e il tempo più che durata è discontinuità,
vuoto, sospensione, istante di silenzio e oscurità.
"L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce ne è uno,
è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni,
che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne.
Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne
parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui:
cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno,
non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio." (I. Calvino Le
città invisibili)
Il potere del silenzio è l'attesa… ci fa avvicinare al "limite,
non come barriera che separa da una regione inconoscibile, ma
come sfondo che delimita un orizzonte di pensabilità, aprendo
dall'interno uno spazio di esperienza possibile." è un tra-durre,
portare al di sopra e al di là.
Il silenzio ha potere di legare parola detta e parola custodita,
conscio e inconscio; allora "non più e non solo luogo del rimosso,
l'inconscio diventa il luogo del ritorno."
Il silenzio del potere è la dis-attesa, la negazione del confine
che ci abita e che l'altro rappresenta; la parola tolta, il mettere
a tacere, il non dare voce alle indicibili possibilità di una
esistenza.
"Ogni vita non vissuta rappresenta un potere distruttore e
irresistibile, che opera in modo silenzioso ma spietato. "
(Jung, Opere)
Parole e silenzio nell'individuo
"Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere" (Wittgenstein)
Di cosa si può parlare, di cosa si deve tacere..E' evidente da
questa affermazione di Wittgenstein che il parlare e il tacere
rimandano a qualcosa che li precede,un'origine da cui sgorgano
l'uno e l'altro insieme. Una differenza originaria .
"..la traccia del silenzio (o del dire cifrato) nel dire non risveglia
il silenzio represso, ma lo produce; non svela la presunta verità
di una precedenza del silenzio al dire, ma genera la cooriginarietà
del silenzio e del dire.." Nel linguaggio psicanalitico connotare
il cosciente come verbalità autorizza l'equivalenza di inconscio
e silenzio.
E la censura rende non detto ciò che pure vorrebbe essere detto,
cioè è a tutti gli effetti un divieto posto al dire, un'imposizione
del silenzio. Se il presupposto è la cooriginarietà allora l'inconscio,
il silenzio non si definisce per via privativa rispetto alla nozione
di coscienza; "l'inconscio freudiano non è il polo di una differenza
concettuale, ma è la scaturigine di tracce originarie, ossia di
sintomi che hanno il loro ambito di manifestatività nell'orizzonte
del dire."
Una zona muta e silenziosa solo se la si osserva dalla zona verbale;
muta e silenziosa perché le manca l'accesso a una verbalità logica,
trasparente e ordinata, in cui possa specchiarsi fedelmente.
Siamo l'una e l'altra zona, l'uno e l'altro linguaggio, l'una
e l'altra grammatica perché la vita psichica è la differenza,
ma qualcuno la abita sempre e questo è l'individuo unico e irripetibile
nel suo tempo, con una sua voce.
Il senso emerge dal silenzio o dalle parole, dall'inconscio o
dal conscio se c'è rinvio e implicazione reciproca, se c'è attesa
del dire verso un ritardo originario del silenzio che non gli
permette mai di coincidere con il logos ma ne è l'eco.
Nella relazione con l'altro
Il mondo in cui veniamo alla luce è un mondo già abitato da parole,
le parole di chi esiste prima di noi.
Semantema, suono, segno, codice, messaggio, ma parola è prima
di ogni cosa appello e risposta da esistenza a esistenza.
La parola è prima di noi, ci attende, precede l'esistenza di ciascuno,
ma noi iniziamo a essere, in quell'istante tremendo che ci separa
dal primo respiro, in uno spazio di silenzio.
Non si può dunque parlare di silenzio senza considerare che è
tentativo di rivelare l'alone di mistero, di enigma dell'esistenza,
ciò che resta nascosto, inafferrabile..a cui la parola volge lo
sguardo per trovare la propria origine e il proprio senso.
Il silenzio è l'altrove della parola ma non fuori di essa, perché
veniamo al mondo per essere compresi e per comprenderci. Un'esistenza
tutta colloquiale anche con noi stessi, una comunicazione che
non lascia mai niente di immutato anche quando è conferma di una
verità già riconosciuta.
Eppure non è un gioco lineare e scontato quello del parlare gli
uni con gli altri ma anzi paradossale per l'impossibilità di
coincidere: "la verità ci convoca a parlare assieme e ci tiene
in colloquio in virtù delle nostre differenze(..) L'unica comunicazione
possibile è quella che rende impossibile l'annullamento delle
differenze" Non assimilazione, non riduzione all'identico, non
omologazione ma distinzione, offerta, dono di un mondo.
Il mondo che ci abita e che abitiamo si fa attraverso di noi ,
tra l'esigenza di dire e l'impossibilità di tradurre solo a parole
e in modo definito e definitivo quello che siamo, la nostra differenza
che è la nostra vita psichica. Il linguaggio è sempre troppo e
al contempo troppo poco.
Nell'oscillazione tra intenzione di comunicare e necessità di
comprendere, che è il movimento dell'interpretazione, l'incontro
avviene nel fra-intendimento, nel rimanere stupiti, perplessi
perché solo così si rende evidente la differenza, il resto è chiacchera,
è commercio di parole, suoni o significati sempre gli stessi..
Le parole si radicano dentro di noi, afferma Heidegger , quando
l'apertura alla comprensione umana è anche apertura emotiva e
affettiva: la funzione fàtica è decisiva perché il parlare e parlarsi
sia relazione comunicativa, altrimenti "si finisce per ripetere
il pregiudizio del fenomenico come rappresentazione, presenza
alla coscienza, e per presupporre la dominabilità a livello razionale
e cosciente di un materiale che arriva ad assumere lo statuto
della parola: ciò che viene dimenticato è il fenomenico come affetto,
autoaffezione della soggettività, cioè quell'orizzonte di opacità
in cui si inscrive e di cui vive il rapporto con l'altro."
Nel fra -mantenuto vivo dall'affetto- c'è lo spazio dell'esistere.
"Gli esseri possono scambiarsi tutto reciprocamente, fuorché l'esistere.
In questo senso, essere significa isolarsi per il fatto di esistere.
E' a causa del mio esistere che io sono senza porte né finestre,
e non per un contenuto qualsiasi che in me sarebbe incomunicabile.
Se è incomunicabile, lo è perché è radicato nel mio essere che
è quanto di più privato c'è in me" Per Levinas la relazione col
proprio esistere è la relazione -interiore- per eccellenza.
Da questa relazione si parte per parlare di abitare..
Abitare precede il costruire, sostiene Heidegger , così
l'abitare dell'essere diviene metafora che avvicina all'anima
delle cose rubandone il nocciolo nascosto e indicibile.
Un' immagine che è parola piena, che evoca e che il silenzio usa
per aggrapparsi al cuore e farci ascoltare voci mai udite.
Così spesso il discorso filosofico (ma anche psicologico) si è
fermato di fronte alla sua incapacità di dire e ha preso a prestito
la parola poetica, non per dire in modo poetico un contenuto filosofico
(o psicologico) ma per rimandare ad una grammatica, a un lessico
e ad un contenuto-senso che sta oltre. Poesia nel senso di un
"arretramento" della pretesa di "vedere" che è spesso sinonimo
di "pensare".
Abitare della poesia, costruire del pensiero.
"Dal Sud, dall'Est, dal Nord e dall'Ovest
convergono le vie che mi han condotto
al mio centro segreto.
Vie che furono già echi e passi,
donne, uomini, agonie e risorgere,
giorni con notti,
sogni e immagini del dormiveglia,
ogni minimo istante dello ieri
e degli ieri del mondo (..)
l'amore condiviso, le parole
e quanto ancora.
Posso infine scordare. Giungo al centro,
alla mia chiave, all'algebra,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono."
(Borges)
Costruire è il desiderio che si fa azione e modo d'essere, è anelito
ad armonizzare voci e istanze interiori ma che non può cristallizzarsi
in un'opera compiuta e definitiva se il progetto che lo sottende
è l'abitare, cioè l'adeguarsi delle immagini e delle rappresentazioni
che si hanno di sé alla complessità e al dinamismo di un'esistenza
che è solitudine e attesa dell'altro e che continuamente si fa
nello stare con sé e nello stare con gli altri.
Il silenzio può murare vivi se non è sostegno a una porta o a
una finestra che è accesso, possibilità e libertà di entrare o
uscire, un flusso libero di aria e respiro, allora si trasforma
in silenzio-condanna, silenzio-vergogna, silenzio- angoscia, silenzio-impossibilità
di ogni possibilità, cioè morte.
Il silenzio è una gabbia da cui non può uscire parola se è solo
esperienza di solitudine, di deserto e aridità, se è linguaggio
chiuso in un angolo cieco che pietrifica l'identità in un unico
disegno. Resistenza ad ogni esteriorità, ad ogni ulteriorità;
ad ogni sentimento. La malattia psichica ne è spesso terribile
testimonianza. Allora l'esistenza trova altre forme per dire,
per affermarsi al di là di ogni negazione o nascondimento, espulsione
o rimozione. Perché il linguaggio è l'essere, cioè urgenza di
dire. Se il silenzio è invece esperienza di apertura, possibilità,
relazione profonda, non evanescente, duratura allora l'esserci
è l'aprirsi, il significarsi.
Ci vuole un'esperienza di accoglienza e accoglimento, di fiducia;
qualcuno che osi varcare la nostra soglia. L'io incontrando l'Altro
si incontra e percepisce la sua casa, il luogo in cui accoglie
e si accoglie.
Abitare il silenzio Così veniamo all'abitare e a vengo a dare
ragione del titolo di questa relazione che è affiorato in modo
del tutto spontaneo dopo cadute libere del mio pensare al silenzio,
al mio silenzio, cioè all'esperienza che ne ho fatto nella mia
vita.
Nella consapevolezza che ne è emersa di aver anche abitato il
silenzio di altri non ricavandone sempre un senso di pienezza
ma di vuoto ho pensato che il mio abitare il silenzio dovesse
essere l'espressione di un esserci che fosse un trovarsi dopo
essersi un po' smarriti; ho pensato, ma è stato forse più un sentire,
che se il silenzio che ci abita non è abitato da noi ma da fantasmi
e fantasie ci può tradire, ci può far perdere quella libertà,
che è poi responsabilità verso noi stessi, di cui parla ancora
Levinas quando descrive il momento- silenzioso- in cui l'io prende
coscienza di sé e se ne occupa.
"La solitudine del soggetto dipende dalla sua relazione con l'esistere,
di cui è il padrone. Questo dominio sull'esistere è il potere
di cominciare, di partire da sé; partire da sé non per agire,
non per pensare, ma per essere. (..) il soggetto si impone a sé,
e questo si compie proprio nella libertà del suo presente."
Così abitare il silenzio è trovare l'essere "a partire da adesso",
è lo spazio del silenzio presente, è l'occasione dell'ora e del
qui, l'occasione di incontrarsi, incontrare l'altro da me, l'io
straniero, la voce inascoltata.
Ho così cominciato a trovare conferme e rimandi a questo dimorare
presso sé stessi che dà libertà, "di e da" parole e silenzi, e
consente di incontrare davvero qualunque prossimo a noi.
"La libertà vera esige un Io forte. Altrimenti, illusi d'essere
liberi, si è in effetti schiavi del Super-Io, o dell'Es"
"Perciò ogni abitante della terra ha ancora un decimo carattere,
e questo altro non è se non la fantasia passiva degli spazi non
riempiti; esso permette all'uomo tutte le cose meno una: prendere
sul serio ciò che fanno i suoi altri nove caratteri e ciò che
accade di loro; vale a dire, con altre parole, che gli vieta ciò
che lo potrebbe riempire"
(L'uomo senza qualità Musil)
Gli spazi non riempiti incidono sulla costruzione della identità
personale come fantasie e quindi come irrealtà perché la passività
di cui si nutrono è statica, legata esclusivamente al vedere e
non all'ascoltare, mentre il silenzio può riempire vuoti se è
passività dinamica, principio della trasformazione, se tramite
esso si accede a nuove dimore.
Diciamo "mi sento a casa" quando vogliamo dire che ci siamo, che
siamo noi, che le cose intorno a noi ci sono familiari ma questo
suona vero quando abbiamo percorso strade e luoghi non noti, quando
ci siamo prima un po' perduti, quando il mondo, il nostro mondo
ci è apparso ostile, quando non abbiamo più compreso il solito
linguaggio e si è spezzata la linearità del discorso. L'epochè
allora non è esercizio speculativo ma il risultato dell'esercizio
del silenzio: il soggetto si indebolisce, si trattiene, si spaesa,
non è più né fonte di rappresentazioni, né specchio del mondo,
ma, al tempo stesso, continua a mantenere una densità luminosa.
"E' un continuo 'rimpatrio' in una continua uscita da sé"
Già e non ancora
Siamo già e non ancora, il nostro approdo è sempre in potenza,
sempre possibile, finchè c'è avvenire, che è la possibilità della
relazione con l'alterità, "con ciò che può non essere presente
quando tutto è presente", con ciò che non si afferra, non si conosce,
non si possiede mai del tutto.
In questo senso la casa è un archetipo e se esiste in sé soltanto
in potenza, come asseriva Jung, in silenzio dunque opera, cioè
si fa. Qualcosa è in potenza quando la sua forza è silenziosa,
qualcosa esercita la propria forza nel silenzio. La storia del
pensiero, della filosofia come teoria della conoscenza -fenomenologia
e ontologia- dice il tentativo di definire ciò che siamo partendo
da ciò che sfugge e non si dice di noi. Il pensiero filosofico,
psicoanalitico, psicologico, antropologico, nell'urgenza di dire
dell'uomo ha costruito architetture diverse sempre in evoluzione
dal momento che non si riesce a dire tutto e una volta per tutte.
Dall'unità dell'essere si è per vie speculative diverse giunti
a dire la molteplicità dell'essere. Tutto dice di questo abitare
di noi, del soggetto in uno spazio da cui sente il bisogno di
uscire per venire alla luce, pensiero e parola. Una ricerca e
una esigenza di affermare una presenza per imbattersi e infrangersi
in una assenza, in qualcosa che sfugge , che non torna, che non
è presente e viene da lontano e che esige abbandono. La soggettività
tende alla parola piena, alla stabilità, a dire di sé nella luce,
a emergere, a costruire un soggetto-centro.
Ma l'incontro con l'altro, altro da me, fa cadere le difese, l'estraneità
entra in noi e ci fa scoprire lo straniero che ci abita. Aprendoci
e scoprendo - correndo anche il rischio della perdita - perdita
anche della parola - diventiamo "soggetti a", siamo in una condizione
di spaesamento e di passività..condizione per trovarsi. La tentazione
è sempre quella di dare subito, a questo ospite che bussa alla
nostra porta, un volto tranquillizzante che somigli alle cose
conosciute e consuete, un volto amico..
"Non possiamo rimanere soli a lungo. Non se ne esce. In una stanza
troppo privata non c'è sicurezza. Malgrado ciò, la si porta ovunque..
Molti che si rifugiano in se stessi, stranamente diventano muti,
seppelliti dentro un risuonare di catene. Non potendo evadere
da sé, si angosciano per la ristrettezza in cui si trovano e verso
cui sono spinti, anche senza che qualcosa ve li costringa. D'altra
parte, ciò che produce angoscia è invisibile. Visibile, invece,
è ciò che opprime e provoca paura, che ci fa soccombere o ci spinge
a misurarci con esso. In presenza dell'angoscia, che proviene
solo da noi, quando siamo soli, è d'aiuto solo amarsi o dimenticarsi.
Chi non ci riesce sufficientemente, si annoia. Ma chi ce la fa,
rischia di prendere sul serio sé stesso o ciò che fa al di fuori,
non importa.." (da Tracce, Ernst Bloch)
Dentro e fuori, parola e silenzio, luce e ombra, è il gioco della
vita, è la scommessa dell'esistenza che si dipana fra sonno e
veglia, fra esserci e non esserci, fra presente e memoria, fra
Nous e Ananke, ragione e necessità, la necessità dell'indeterminato,
dell'incostante, dell'anomalo, che è forza attiva, principio creatore
sempre presente, ma terra straniera.
"..diventare Stranieri, questo cominciare ad avere un'esperienza
di noi stessi che muova dall'ombra che siamo piuttosto che dalla
luce che pretendiamo di essere, consiste nell'avviare un movimento
oppositivo in noi stessi: un movimento che non cerchi più e solo
di saturare i silenzi tra le parole ma che, all'opposto, tenti
di scavare il silenzio nelle parole allo scopo innanzi tutto di
salvaguardarlo. Il vedere contro la vista è un imparare a tacere:
e questo tacere non è un tranquillo contemplare noi stessi e il
mondo, perché è semmai una battaglia contro noi stessi. Ma è tutto
questo battersi, tranne che un imboccare la via cieca della rassegnazione,
dell'immobilità, dello scacco. Paradossalmente il sognare cui
ci invita lo Straniero è un agire.
L'abbassare la voce, il dar voce alla modestia del nulla, questo
contromovimento, è innanzi tutto un incontro con gli altri, un
entrare in rapporto, e anche una produzione di senso: un mettersi
in condizione, di nuovo, di agire."
Silenzio e tempo, abitare il corpo
L'a-priori di ogni sentire è intimità muta; essere qui, sentire
il ci dell'esser-ci: l'essere ci torna come estraneo; mistero,
anonimato eppure individualissimo.
"L'io è nessuno, eppure ci sono". Emerge un sentire il tempo,
quale dimensione umana nella sua forma più enigmatica e originaria.
"Il tempo si scopre in realtà in momenti di abbandono. La scoperta
del tempo non può avvenire che in un momento negativo della nostra
vita, un momento in cui abbiamo perso una cosa che lo riempiva".
Il silenzio mostra un vuoto da riempire, un vuoto che ha peso
e valore differente nelle diverse stagioni della vita.
Ed è esperienza concreta e corporea, percezioni diverse che trasmettono
vissuti di silenzio e sospensione e che liberano il tempo e si
offrono alla cura di sé. Il pensiero si sposta dal guardare all'ascoltare,
da una tonalità speculativa ad una etica, che cioè ci interpella.
L'essere, come il tempo, ci è dato primariamente nel sentire:
risonanze emotive, sensazioni, gemiti, lacrime…
"Nel piangere, nel fluire doloroso delle lacrime, è ancora il
corpo, il corpo vivente, a esprimersi: a dire qualcosa e a parlare,
anche se con le sole parole del silenzio. (..) quando non si hanno
più lacrime e quando il corpo vivente si perde nel silenzio e
nella in-significanza, allora si toccano i vertici della incomunicabilità
e della sofferenza." Silenzio e corpo: corpo-cosa, corpo-oggetto,
corpo-inanimato E corpo-soggetto, corpo -che-significa, corpo
intenzionale. Le emozioni patite, riconosciute, vissute, accolte
sono l'occasione di un incontro fra ciò che si è detto e ciò che
non (ci) si è detto (detti) o non si può dire.
Il corpo è lo strumento che riconosce che "nulla è nascosto ma
non tutto è dicibile" (Wittgenstein) perché il comunicare e il
significare sono più ampi del dire (i segni non sono solo linguistici)
e il dire è fuori gioco quando il comunicare riguarda sensazioni
e affetti. Più che di dire allora abbiamo bisogno di mostrare
e la vita vissuta deve poterci dare l'occasione di concretizzare
gesti -linguistici e non- per rendere possibile questa comunicazione.
Se il tempo dell'incontro con l'altro -amicale, amoroso, di aiuto-
si dà non in un orizzonte cognitivo (osservazione e rappresentazione)
che pretende di vedere e dire tutto dell'altro ma dà voce a quell'intera
rete di rinvii semiotici (il mondo di un'esistenza) che tengono
aperte possibilità di vita e relazione allora può diventare l'occasione
di vivere il proprio esserci (silenzio e parola, corpo e voce)
non più separato, non più scisso " non più precipitato in un orizzonte
senza futuro, non più risucchiato fino in fondo dal passato della
propria sofferenza e dal passato della propria colpa" . Allora
dire il silenzio è dare voce al proprio mondo, affermare l'essere
e raccontarne la meraviglia, "che non è incanto, o superamento
estatico della ragione, ma è e continua ad essere riflessione.
La riflessione del cogito che "prova" insieme l'angoscia del silenzio
e la gioia della parola nel suono delle cose"
Perché il silenzio è angoscia quando non è condiviso e accolto,
quando non gli è concessa la possibilità di essere una forma di
comunicazione, quando si ha fretta di uscirne.
La formazione al metodo reflecting si fonda sul principio che
"si può giungere a una comprensione profonda di sé stessi solamente
per mezzo della riflessione, un'esperienza che è possibile agevolare
se riusciamo a promuovere un rapporto interpersonale con il suffragio
di una comunicazione che va oltre i frammenti, le elegie della
parola o del gesto, per trovare nella semiotica il valore di tutti
quei linguaggi che sostanziano il comunicare, l'essere o lo stare
in relazione".
Non è solo questione di raccontare di sé, come cura di sé non
basta l'autobiografia di fronte ad un estraneo comunque ben disposto
ad ascoltare se chi si dispone all'ascolto non padroneggia la
complessità del mezzo espressivo, "varietà di atti con significato
comunicante", tra parole e silenzi.
L'analisi che si compie riflettendo su di sé è un'educazione,
un esercizio del silenzio come spostamento dalla visione all'ascolto
in presenza di un altro che lo figura come possibilità, come habitus.
Accoglimento di una possibilità, offerta anche allo straniero
che ci abita ma che, messo spesso a tacere, indossa la maschera
di un altro fuori di noi. E' un viaggio attraverso il visibile
e l'invisibile della casa che abitiamo, il nostro corpo, come
dimora della psiche, tempio dello spirito. Un viaggio tra gli
io possibili, negati e legittimati, reali o immaginari, alla ricerca
della propria voce originaria, dell'unicità della propria esistenza
che impone un'assunzione di responsabilità.
Aiutare è incoraggiare e facilitare, sostenere e accompagnare
questo riconoscimento di sé, questo entrare nel proprio cuore
spesso assediato, diviso o ignorato e trovarsi, e decidere di
vivere e di vivere "volentieri".
"Forse tutto sta a saper quali parole pronunciare, quali gesti
compiere, e in quale ordine e tempo, oppure basta lo sguardo,
la risposta, il cenno di qualcuno..in quel momento tutti gli spazi
cambiano, le altezze, le distanze, la città si trasfigura, diventa
cristallina, trasparente come una libellula" (Calvino, Le città
Invisibili).
Bibliografia
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2007
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90, a cura di G.Vattimo, Laterza, Bari 1991
- Freud Sigmud, L'interpretazione dei sogni, a cura di
C.Musatti in Opere, vol.3, Boringhieri, _Torino,
1980
- Jung C.G, Opere di Carl Gustav Jung, Boringhieri, Torino
1970-1999
- Calvino Italo, Le città invisibili, Oscar Mondatori,
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- Borges J.L., Tutte le opere, Mondadori I Meridiani, Milano,
1985
- Bloch Ernst, Tracce, Garzanti, 1994
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1996
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- Ruggenini Mario e Paltrinieri Gian Luigi (a cura di), La
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non si lascia dire, Donzelli Editore, Roma 2003
- Rovatti Pier Aldo, L'esercizio del silenzio, Raffaello
Cortina, Milano 1992
- Gamelli Ivano, Pedagogia del corpo, Meltemi, Roma, 2001
- Borgna Eugenio, Le intermittenze del cuore, Feltrinelli,
Milano, 2003
- Prezzo Rossela, Pensare in un'altra luce, Raffaello Cortina,
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- Pesci Simone (a cura di) Manuale di Reflecting, Edizioni
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- Pesci Guido, Pesci Simone, Viviani Antonio, Reflecting Un
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Roma, 2003
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