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ABITARE IL SILENZIO
Nicoletta Coppola

__Tutte le cose son parole della
__lingua in cui Qualcuno o Qualcosa scrive,
__notte e giorno, il garbuglio incomprensibile
__che è la storia del mondo. In turba passano

__ Roma e Cartagine, io, tu, lui, la mia
__ vita che non intendo, questa pena
__ d'esser crittografia, enigma, caso
__ e tutta la discordia di Babele.

__Dietro il nome sta ciò che non si nomina;
__oggi ho sentito grave la sua ombra
__sull'ago azzurro, lucido e leggero,

__che punta al limite di un mare e un po'
__somiglia a un orologio visto in sogno
__un po' a un uccello che dormendo trema.
__Una bussola Jorge Luis Borges

Quando riusciamo ad avvicinarci a noi stessi?
A letto, in viaggio, a casa, dove tante cose al rientro ci sembrano migliori?
Ognuno conosce il sentimento di aver dimenticato qualcosa nella sua vita cosciente, qualcosa che è rimasto a mezza strada e non è venuto alla luce. Ecco perché spesso sembra tanto importante ciò che si voleva dire proprio ora e che ci è sfuggito.
da Tracce Ernst Bloch

Tutto cospira a tacere di noi, un po' come si tace un'onta, forse,
un po' come si tace una speranza ineffabile
R.M.Rilke

Pensieri e parole sul silenzio
Parlare di silenzio è parlare di parole, parole per definirlo, per cogliere il legame fra il dire e il non dire.
Solo silenzio e solo parole sono poli opposti di scenari di follia, cioè di mancata e mancanza di comunicazione, tra il corpo e la mente, l'io e il sé, il sé e l'altro da sé.
Dal silenzio si vuole uscire se tace qualcosa di noi che il desiderio vuole esprimere e al silenzio si ricorre quando le parole esauriscono energia, vita, dettaglio, senso,coraggio.
Ancora è il silenzio che si impone quando la parola è perduta, dimenticata pur conservandone una memoria vaga e lontana; allora a volte nella malattia, del corpo e della mente, risulta più chiaro quanto possano confondersi i confini dell'uno e dell'altra. La parola arriva al suo limite e al suo approdo e diventa silenzio.
"C'è un tempo per parlare e un tempo per tacere" recita l'Ecclesiaste affermando così che la sapienza, il sapere vivere è riconoscere i tempi, saper stare in questa oscillazione di tempi sempre in ritorno, pazientare nell'uno sapendo attendere l'altro. Così parlare e tacere rimandano alle categorie di vicinanza e lontananza rispetto a un centro che è il soggetto e la sua posizione nel tempo di vita.
Ma praticare il silenzio non basta a "illuminare" e la consuetudine alle parole non dà intelligenza delle cose se la parola non ha patito il suo silenzio, se non lo ha abitato sentendosi straniera.
Parlare di silenzio è un po' come decidere di prendere l'aereo e alzarsi in volo, sorvolare gli spazi che normalmente abitiamo, gli spazi delle nostre relazioni. Vedere dall'alto, vedere a distanza, prendere le distanze da noi, dai nostri discorsi.
Può essere scelta volontaria di astenersi dalle parole, una esperienza piacevole legata ad una necessità di solitudine, di ricerca di una propria identità che per essere tale deve distinguersi dal paesaggio in cui può confondersi, un trovarsi soli e nel silenzio per incontrarsi.
Questo è possibile quando c'è un ben-essere, quando non fanno paura le voci interiori che dal silenzio salgono alla coscienza, un brusio continuo che normalmente si cerca di confondere con i suoni del mondo.
Il silenzio non è muto, ma ha una sua voce, l'ascolto di questa voce non è immediata né scontata. E' la voce delle viscere della realtà, "metafora che capta- con più fedeltà e ampiezza del moderno termine psicologico subcoscienza- l'originario, il sentire irriducibile, primario, dell'uomo nella sua vita, la sua condizione di vivente.
Nel silenzio i significati si moltiplicano, si confondono, si accumulano, si sovrappongono ...mentre le parole si impongono per fare " chiarezza", la chiarezza che il soggetto chiede perché la propria voce possa pronunciarsi e dire un senso. La comunicazione necessita di una visione chiara che produca conoscenza e di una ricomposizione della visione in racconto che rende comprensibile e condivisibile l'esperienza del proprio vivere. Ma in questo percorso il logos edifica il pensiero e la "voce" si perde nei sotterranei ma ne resta fondamento.
"Chi misura ciò che incontra con criteri stabiliti in precedenza non incontra mai qualcosa di nuovo, perché si limita a sistemare e risistemare continuamente il campo secondo i dettami della ragione che non sa ascoltare, perché è impegnata a ordinare, a prestabilire tutti i sensi e tutti i significati possibili (..) altrimenti deve rinunciare a priori a una tavola di criteri anticipatamente stabilita, per mettersi a disposizione della parola, ascoltarla per ciò che essa ha da dire, per il non detto che la regge e che la rende udibile."
La voce è mediatrice, è porta che collega il silenzio del cuore e il suo pieno di senso alla parola-significato condiviso.
La voce tradisce il senso autentico che la parola può nascondere perché è capace di svelare qualcosa di colui che pronuncia parole.
Se si assume il concetto fenomenologico di "sguardo" la prospettiva cambia: "ciò che si vede non è uno spettacolo che basti riorganizzare, ma è un vissuto, un'esperienza..non è qualcosa che si presenti in uno spazio figurativo piatto, ma qualcosa che emerge piuttosto in un contesto pragmatico e vivente, dove si incontrano fenomeni intensivi, qualitativi e temporali. Nell'incontro con l'altro non si può passare dalla visione alla rappresentazione verbale, poiché il tempo dello sguardo non è quello della cosa vista. Vedere è sguardo che si incontra con un altro sguardo e ne è modificato: non c'è simmetria tra vedere ed essere visto; l'essere visto cambia il vedere." Silenzio, sguardo e incontro in una prospettiva non lineare ma asimmetrica. Essere buttati fuori, espulsi, senza fondamento né punti di riferimento: lo spazio per un momento più che orizzonte di visibilità, spazio geometrico da utilizzare è lontananza, distanza che separa, perdita del luogo e del riparo ma anche farsi strada nel visibile, consapevoli che si vede ciò che la propria individualità consente di vedere (Jung); e il tempo più che durata è discontinuità, vuoto, sospensione, istante di silenzio e oscurità.
"L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce ne è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio." (I. Calvino Le città invisibili)
Il potere del silenzio è l'attesa… ci fa avvicinare al "limite, non come barriera che separa da una regione inconoscibile, ma come sfondo che delimita un orizzonte di pensabilità, aprendo dall'interno uno spazio di esperienza possibile." è un tra-durre, portare al di sopra e al di là.
Il silenzio ha potere di legare parola detta e parola custodita, conscio e inconscio; allora "non più e non solo luogo del rimosso, l'inconscio diventa il luogo del ritorno."
Il silenzio del potere è la dis-attesa, la negazione del confine che ci abita e che l'altro rappresenta; la parola tolta, il mettere a tacere, il non dare voce alle indicibili possibilità di una esistenza.
"Ogni vita non vissuta rappresenta un potere distruttore e irresistibile, che opera in modo silenzioso ma spietato. " (Jung, Opere)

Parole e silenzio nell'individuo
"Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere" (Wittgenstein)
Di cosa si può parlare, di cosa si deve tacere..E' evidente da questa affermazione di Wittgenstein che il parlare e il tacere rimandano a qualcosa che li precede,un'origine da cui sgorgano l'uno e l'altro insieme. Una differenza originaria .
"..la traccia del silenzio (o del dire cifrato) nel dire non risveglia il silenzio represso, ma lo produce; non svela la presunta verità di una precedenza del silenzio al dire, ma genera la cooriginarietà del silenzio e del dire.." Nel linguaggio psicanalitico connotare il cosciente come verbalità autorizza l'equivalenza di inconscio e silenzio.
E la censura rende non detto ciò che pure vorrebbe essere detto, cioè è a tutti gli effetti un divieto posto al dire, un'imposizione del silenzio. Se il presupposto è la cooriginarietà allora l'inconscio, il silenzio non si definisce per via privativa rispetto alla nozione di coscienza; "l'inconscio freudiano non è il polo di una differenza concettuale, ma è la scaturigine di tracce originarie, ossia di sintomi che hanno il loro ambito di manifestatività nell'orizzonte del dire."
Una zona muta e silenziosa solo se la si osserva dalla zona verbale; muta e silenziosa perché le manca l'accesso a una verbalità logica, trasparente e ordinata, in cui possa specchiarsi fedelmente.
Siamo l'una e l'altra zona, l'uno e l'altro linguaggio, l'una e l'altra grammatica perché la vita psichica è la differenza, ma qualcuno la abita sempre e questo è l'individuo unico e irripetibile nel suo tempo, con una sua voce.
Il senso emerge dal silenzio o dalle parole, dall'inconscio o dal conscio se c'è rinvio e implicazione reciproca, se c'è attesa del dire verso un ritardo originario del silenzio che non gli permette mai di coincidere con il logos ma ne è l'eco.

Nella relazione con l'altro
Il mondo in cui veniamo alla luce è un mondo già abitato da parole, le parole di chi esiste prima di noi.
Semantema, suono, segno, codice, messaggio, ma parola è prima di ogni cosa appello e risposta da esistenza a esistenza.
La parola è prima di noi, ci attende, precede l'esistenza di ciascuno, ma noi iniziamo a essere, in quell'istante tremendo che ci separa dal primo respiro, in uno spazio di silenzio.
Non si può dunque parlare di silenzio senza considerare che è tentativo di rivelare l'alone di mistero, di enigma dell'esistenza, ciò che resta nascosto, inafferrabile..a cui la parola volge lo sguardo per trovare la propria origine e il proprio senso.
Il silenzio è l'altrove della parola ma non fuori di essa, perché veniamo al mondo per essere compresi e per comprenderci. Un'esistenza tutta colloquiale anche con noi stessi, una comunicazione che non lascia mai niente di immutato anche quando è conferma di una verità già riconosciuta.
Eppure non è un gioco lineare e scontato quello del parlare gli uni con gli altri ma anzi paradossale per l'impossibilità di coincidere: "la verità ci convoca a parlare assieme e ci tiene in colloquio in virtù delle nostre differenze(..) L'unica comunicazione possibile è quella che rende impossibile l'annullamento delle differenze" Non assimilazione, non riduzione all'identico, non omologazione ma distinzione, offerta, dono di un mondo.
Il mondo che ci abita e che abitiamo si fa attraverso di noi , tra l'esigenza di dire e l'impossibilità di tradurre solo a parole e in modo definito e definitivo quello che siamo, la nostra differenza che è la nostra vita psichica. Il linguaggio è sempre troppo e al contempo troppo poco.
Nell'oscillazione tra intenzione di comunicare e necessità di comprendere, che è il movimento dell'interpretazione, l'incontro avviene nel fra-intendimento, nel rimanere stupiti, perplessi perché solo così si rende evidente la differenza, il resto è chiacchera, è commercio di parole, suoni o significati sempre gli stessi..
Le parole si radicano dentro di noi, afferma Heidegger , quando l'apertura alla comprensione umana è anche apertura emotiva e affettiva: la funzione fàtica è decisiva perché il parlare e parlarsi sia relazione comunicativa, altrimenti "si finisce per ripetere il pregiudizio del fenomenico come rappresentazione, presenza alla coscienza, e per presupporre la dominabilità a livello razionale e cosciente di un materiale che arriva ad assumere lo statuto della parola: ciò che viene dimenticato è il fenomenico come affetto, autoaffezione della soggettività, cioè quell'orizzonte di opacità in cui si inscrive e di cui vive il rapporto con l'altro."
Nel fra -mantenuto vivo dall'affetto- c'è lo spazio dell'esistere.
"Gli esseri possono scambiarsi tutto reciprocamente, fuorché l'esistere. In questo senso, essere significa isolarsi per il fatto di esistere. E' a causa del mio esistere che io sono senza porte né finestre, e non per un contenuto qualsiasi che in me sarebbe incomunicabile. Se è incomunicabile, lo è perché è radicato nel mio essere che è quanto di più privato c'è in me" Per Levinas la relazione col proprio esistere è la relazione -interiore- per eccellenza.
Da questa relazione si parte per parlare di abitare..
Abitare precede il costruire, sostiene Heidegger , così l'abitare dell'essere diviene metafora che avvicina all'anima delle cose rubandone il nocciolo nascosto e indicibile.
Un' immagine che è parola piena, che evoca e che il silenzio usa per aggrapparsi al cuore e farci ascoltare voci mai udite.
Così spesso il discorso filosofico (ma anche psicologico) si è fermato di fronte alla sua incapacità di dire e ha preso a prestito la parola poetica, non per dire in modo poetico un contenuto filosofico (o psicologico) ma per rimandare ad una grammatica, a un lessico e ad un contenuto-senso che sta oltre. Poesia nel senso di un "arretramento" della pretesa di "vedere" che è spesso sinonimo di "pensare".
Abitare della poesia, costruire del pensiero.
"Dal Sud, dall'Est, dal Nord e dall'Ovest
convergono le vie che mi han condotto
al mio centro segreto.
Vie che furono già echi e passi,
donne, uomini, agonie e risorgere,
giorni con notti,
sogni e immagini del dormiveglia,
ogni minimo istante dello ieri
e degli ieri del mondo (..)
l'amore condiviso, le parole
e quanto ancora.
Posso infine scordare. Giungo al centro,
alla mia chiave, all'algebra,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono."
(Borges)

Costruire è il desiderio che si fa azione e modo d'essere, è anelito ad armonizzare voci e istanze interiori ma che non può cristallizzarsi in un'opera compiuta e definitiva se il progetto che lo sottende è l'abitare, cioè l'adeguarsi delle immagini e delle rappresentazioni che si hanno di sé alla complessità e al dinamismo di un'esistenza che è solitudine e attesa dell'altro e che continuamente si fa nello stare con sé e nello stare con gli altri.
Il silenzio può murare vivi se non è sostegno a una porta o a una finestra che è accesso, possibilità e libertà di entrare o uscire, un flusso libero di aria e respiro, allora si trasforma in silenzio-condanna, silenzio-vergogna, silenzio- angoscia, silenzio-impossibilità di ogni possibilità, cioè morte.
Il silenzio è una gabbia da cui non può uscire parola se è solo esperienza di solitudine, di deserto e aridità, se è linguaggio chiuso in un angolo cieco che pietrifica l'identità in un unico disegno. Resistenza ad ogni esteriorità, ad ogni ulteriorità; ad ogni sentimento. La malattia psichica ne è spesso terribile testimonianza. Allora l'esistenza trova altre forme per dire, per affermarsi al di là di ogni negazione o nascondimento, espulsione o rimozione. Perché il linguaggio è l'essere, cioè urgenza di dire. Se il silenzio è invece esperienza di apertura, possibilità, relazione profonda, non evanescente, duratura allora l'esserci è l'aprirsi, il significarsi.
Ci vuole un'esperienza di accoglienza e accoglimento, di fiducia; qualcuno che osi varcare la nostra soglia. L'io incontrando l'Altro si incontra e percepisce la sua casa, il luogo in cui accoglie e si accoglie.
Abitare il silenzio Così veniamo all'abitare e a vengo a dare ragione del titolo di questa relazione che è affiorato in modo del tutto spontaneo dopo cadute libere del mio pensare al silenzio, al mio silenzio, cioè all'esperienza che ne ho fatto nella mia vita.
Nella consapevolezza che ne è emersa di aver anche abitato il silenzio di altri non ricavandone sempre un senso di pienezza ma di vuoto ho pensato che il mio abitare il silenzio dovesse essere l'espressione di un esserci che fosse un trovarsi dopo essersi un po' smarriti; ho pensato, ma è stato forse più un sentire, che se il silenzio che ci abita non è abitato da noi ma da fantasmi e fantasie ci può tradire, ci può far perdere quella libertà, che è poi responsabilità verso noi stessi, di cui parla ancora Levinas quando descrive il momento- silenzioso- in cui l'io prende coscienza di sé e se ne occupa.
"La solitudine del soggetto dipende dalla sua relazione con l'esistere, di cui è il padrone. Questo dominio sull'esistere è il potere di cominciare, di partire da sé; partire da sé non per agire, non per pensare, ma per essere. (..) il soggetto si impone a sé, e questo si compie proprio nella libertà del suo presente."
Così abitare il silenzio è trovare l'essere "a partire da adesso", è lo spazio del silenzio presente, è l'occasione dell'ora e del qui, l'occasione di incontrarsi, incontrare l'altro da me, l'io straniero, la voce inascoltata.
Ho così cominciato a trovare conferme e rimandi a questo dimorare presso sé stessi che dà libertà, "di e da" parole e silenzi, e consente di incontrare davvero qualunque prossimo a noi.
"La libertà vera esige un Io forte. Altrimenti, illusi d'essere liberi, si è in effetti schiavi del Super-Io, o dell'Es"
"Perciò ogni abitante della terra ha ancora un decimo carattere, e questo altro non è se non la fantasia passiva degli spazi non riempiti; esso permette all'uomo tutte le cose meno una: prendere sul serio ciò che fanno i suoi altri nove caratteri e ciò che accade di loro; vale a dire, con altre parole, che gli vieta ciò che lo potrebbe riempire"
(L'uomo senza qualità Musil)
Gli spazi non riempiti incidono sulla costruzione della identità personale come fantasie e quindi come irrealtà perché la passività di cui si nutrono è statica, legata esclusivamente al vedere e non all'ascoltare, mentre il silenzio può riempire vuoti se è passività dinamica, principio della trasformazione, se tramite esso si accede a nuove dimore.
Diciamo "mi sento a casa" quando vogliamo dire che ci siamo, che siamo noi, che le cose intorno a noi ci sono familiari ma questo suona vero quando abbiamo percorso strade e luoghi non noti, quando ci siamo prima un po' perduti, quando il mondo, il nostro mondo ci è apparso ostile, quando non abbiamo più compreso il solito linguaggio e si è spezzata la linearità del discorso. L'epochè allora non è esercizio speculativo ma il risultato dell'esercizio del silenzio: il soggetto si indebolisce, si trattiene, si spaesa, non è più né fonte di rappresentazioni, né specchio del mondo, ma, al tempo stesso, continua a mantenere una densità luminosa. "E' un continuo 'rimpatrio' in una continua uscita da sé"

Già e non ancora
Siamo già e non ancora, il nostro approdo è sempre in potenza, sempre possibile, finchè c'è avvenire, che è la possibilità della relazione con l'alterità, "con ciò che può non essere presente quando tutto è presente", con ciò che non si afferra, non si conosce, non si possiede mai del tutto.
In questo senso la casa è un archetipo e se esiste in sé soltanto in potenza, come asseriva Jung, in silenzio dunque opera, cioè si fa. Qualcosa è in potenza quando la sua forza è silenziosa, qualcosa esercita la propria forza nel silenzio. La storia del pensiero, della filosofia come teoria della conoscenza -fenomenologia e ontologia- dice il tentativo di definire ciò che siamo partendo da ciò che sfugge e non si dice di noi. Il pensiero filosofico, psicoanalitico, psicologico, antropologico, nell'urgenza di dire dell'uomo ha costruito architetture diverse sempre in evoluzione dal momento che non si riesce a dire tutto e una volta per tutte. Dall'unità dell'essere si è per vie speculative diverse giunti a dire la molteplicità dell'essere. Tutto dice di questo abitare di noi, del soggetto in uno spazio da cui sente il bisogno di uscire per venire alla luce, pensiero e parola. Una ricerca e una esigenza di affermare una presenza per imbattersi e infrangersi in una assenza, in qualcosa che sfugge , che non torna, che non è presente e viene da lontano e che esige abbandono. La soggettività tende alla parola piena, alla stabilità, a dire di sé nella luce, a emergere, a costruire un soggetto-centro.
Ma l'incontro con l'altro, altro da me, fa cadere le difese, l'estraneità entra in noi e ci fa scoprire lo straniero che ci abita. Aprendoci e scoprendo - correndo anche il rischio della perdita - perdita anche della parola - diventiamo "soggetti a", siamo in una condizione di spaesamento e di passività..condizione per trovarsi. La tentazione è sempre quella di dare subito, a questo ospite che bussa alla nostra porta, un volto tranquillizzante che somigli alle cose conosciute e consuete, un volto amico..
"Non possiamo rimanere soli a lungo. Non se ne esce. In una stanza troppo privata non c'è sicurezza. Malgrado ciò, la si porta ovunque.. Molti che si rifugiano in se stessi, stranamente diventano muti, seppelliti dentro un risuonare di catene. Non potendo evadere da sé, si angosciano per la ristrettezza in cui si trovano e verso cui sono spinti, anche senza che qualcosa ve li costringa. D'altra parte, ciò che produce angoscia è invisibile. Visibile, invece, è ciò che opprime e provoca paura, che ci fa soccombere o ci spinge a misurarci con esso. In presenza dell'angoscia, che proviene solo da noi, quando siamo soli, è d'aiuto solo amarsi o dimenticarsi. Chi non ci riesce sufficientemente, si annoia. Ma chi ce la fa, rischia di prendere sul serio sé stesso o ciò che fa al di fuori, non importa.." (da Tracce, Ernst Bloch)
Dentro e fuori, parola e silenzio, luce e ombra, è il gioco della vita, è la scommessa dell'esistenza che si dipana fra sonno e veglia, fra esserci e non esserci, fra presente e memoria, fra Nous e Ananke, ragione e necessità, la necessità dell'indeterminato, dell'incostante, dell'anomalo, che è forza attiva, principio creatore sempre presente, ma terra straniera.
"..diventare Stranieri, questo cominciare ad avere un'esperienza di noi stessi che muova dall'ombra che siamo piuttosto che dalla luce che pretendiamo di essere, consiste nell'avviare un movimento oppositivo in noi stessi: un movimento che non cerchi più e solo di saturare i silenzi tra le parole ma che, all'opposto, tenti di scavare il silenzio nelle parole allo scopo innanzi tutto di salvaguardarlo. Il vedere contro la vista è un imparare a tacere: e questo tacere non è un tranquillo contemplare noi stessi e il mondo, perché è semmai una battaglia contro noi stessi. Ma è tutto questo battersi, tranne che un imboccare la via cieca della rassegnazione, dell'immobilità, dello scacco. Paradossalmente il sognare cui ci invita lo Straniero è un agire.
L'abbassare la voce, il dar voce alla modestia del nulla, questo contromovimento, è innanzi tutto un incontro con gli altri, un entrare in rapporto, e anche una produzione di senso: un mettersi in condizione, di nuovo, di agire."

Silenzio e tempo, abitare il corpo
L'a-priori di ogni sentire è intimità muta; essere qui, sentire il ci dell'esser-ci: l'essere ci torna come estraneo; mistero, anonimato eppure individualissimo.
"L'io è nessuno, eppure ci sono". Emerge un sentire il tempo, quale dimensione umana nella sua forma più enigmatica e originaria.
"Il tempo si scopre in realtà in momenti di abbandono. La scoperta del tempo non può avvenire che in un momento negativo della nostra vita, un momento in cui abbiamo perso una cosa che lo riempiva".
Il silenzio mostra un vuoto da riempire, un vuoto che ha peso e valore differente nelle diverse stagioni della vita.
Ed è esperienza concreta e corporea, percezioni diverse che trasmettono vissuti di silenzio e sospensione e che liberano il tempo e si offrono alla cura di sé. Il pensiero si sposta dal guardare all'ascoltare, da una tonalità speculativa ad una etica, che cioè ci interpella. L'essere, come il tempo, ci è dato primariamente nel sentire: risonanze emotive, sensazioni, gemiti, lacrime…

"Nel piangere, nel fluire doloroso delle lacrime, è ancora il corpo, il corpo vivente, a esprimersi: a dire qualcosa e a parlare, anche se con le sole parole del silenzio. (..) quando non si hanno più lacrime e quando il corpo vivente si perde nel silenzio e nella in-significanza, allora si toccano i vertici della incomunicabilità e della sofferenza." Silenzio e corpo: corpo-cosa, corpo-oggetto, corpo-inanimato E corpo-soggetto, corpo -che-significa, corpo intenzionale. Le emozioni patite, riconosciute, vissute, accolte sono l'occasione di un incontro fra ciò che si è detto e ciò che non (ci) si è detto (detti) o non si può dire.
Il corpo è lo strumento che riconosce che "nulla è nascosto ma non tutto è dicibile" (Wittgenstein) perché il comunicare e il significare sono più ampi del dire (i segni non sono solo linguistici) e il dire è fuori gioco quando il comunicare riguarda sensazioni e affetti. Più che di dire allora abbiamo bisogno di mostrare e la vita vissuta deve poterci dare l'occasione di concretizzare gesti -linguistici e non- per rendere possibile questa comunicazione.
Se il tempo dell'incontro con l'altro -amicale, amoroso, di aiuto- si dà non in un orizzonte cognitivo (osservazione e rappresentazione) che pretende di vedere e dire tutto dell'altro ma dà voce a quell'intera rete di rinvii semiotici (il mondo di un'esistenza) che tengono aperte possibilità di vita e relazione allora può diventare l'occasione di vivere il proprio esserci (silenzio e parola, corpo e voce) non più separato, non più scisso " non più precipitato in un orizzonte senza futuro, non più risucchiato fino in fondo dal passato della propria sofferenza e dal passato della propria colpa" . Allora dire il silenzio è dare voce al proprio mondo, affermare l'essere e raccontarne la meraviglia, "che non è incanto, o superamento estatico della ragione, ma è e continua ad essere riflessione. La riflessione del cogito che "prova" insieme l'angoscia del silenzio e la gioia della parola nel suono delle cose"
Perché il silenzio è angoscia quando non è condiviso e accolto, quando non gli è concessa la possibilità di essere una forma di comunicazione, quando si ha fretta di uscirne.
La formazione al metodo reflecting si fonda sul principio che "si può giungere a una comprensione profonda di sé stessi solamente per mezzo della riflessione, un'esperienza che è possibile agevolare se riusciamo a promuovere un rapporto interpersonale con il suffragio di una comunicazione che va oltre i frammenti, le elegie della parola o del gesto, per trovare nella semiotica il valore di tutti quei linguaggi che sostanziano il comunicare, l'essere o lo stare in relazione".
Non è solo questione di raccontare di sé, come cura di sé non basta l'autobiografia di fronte ad un estraneo comunque ben disposto ad ascoltare se chi si dispone all'ascolto non padroneggia la complessità del mezzo espressivo, "varietà di atti con significato comunicante", tra parole e silenzi.
L'analisi che si compie riflettendo su di sé è un'educazione, un esercizio del silenzio come spostamento dalla visione all'ascolto in presenza di un altro che lo figura come possibilità, come habitus. Accoglimento di una possibilità, offerta anche allo straniero che ci abita ma che, messo spesso a tacere, indossa la maschera di un altro fuori di noi. E' un viaggio attraverso il visibile e l'invisibile della casa che abitiamo, il nostro corpo, come dimora della psiche, tempio dello spirito. Un viaggio tra gli io possibili, negati e legittimati, reali o immaginari, alla ricerca della propria voce originaria, dell'unicità della propria esistenza che impone un'assunzione di responsabilità.
Aiutare è incoraggiare e facilitare, sostenere e accompagnare questo riconoscimento di sé, questo entrare nel proprio cuore spesso assediato, diviso o ignorato e trovarsi, e decidere di vivere e di vivere "volentieri".
"Forse tutto sta a saper quali parole pronunciare, quali gesti compiere, e in quale ordine e tempo, oppure basta lo sguardo, la risposta, il cenno di qualcuno..in quel momento tutti gli spazi cambiano, le altezze, le distanze, la città si trasfigura, diventa cristallina, trasparente come una libellula" (Calvino, Le città Invisibili).

Bibliografia
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- Calvino Italo, Le città invisibili, Oscar Mondatori, Milano, 1993
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- Bloch Ernst, Tracce, Garzanti, 1994
- Galimberti Umberto, Paesaggi dell'anima, Mondadori, Milano, 1996
- Buttarelli Annarosa, Una filosofa innamorata, Mondadori, Milano, 2004
- Mancini Roberto, Il silenzio via verso la vita, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose Magnano, _2002
- Angelini Giuseppe, Le ragioni della scelta, Sympathetika qiqajon, Magnano, 1997
- Pagliarani Luigi, Il coraggio di Venere, Raffaello Cortina, Milano, 2003
- Ruggenini Mario e Paltrinieri Gian Luigi (a cura di), La comunicazione. Ciò che si dice e ciò _che non si lascia dire, Donzelli Editore, Roma 2003
- Rovatti Pier Aldo, L'esercizio del silenzio, Raffaello Cortina, Milano 1992
- Gamelli Ivano, Pedagogia del corpo, Meltemi, Roma, 2001
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- Pesci Simone (a cura di) Manuale di Reflecting, Edizioni scientifiche Ma.Gi, Roma, 2005
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