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L'approccio junghiano e l'approccio del reflector (a partire dal caso di "Monika")
Eugen Galasso

__ Non è verosimile né ragionevole impostare una riflessione sulle differenze tra approccio junghiano e il criterio del reflector solo a partire dall'esposizione di un caso seguito, sarebbe, per dirla con B. Russell, come voler dedurre il dinosauro da un osso, tuttavia, una riflessione di questo tipo ha dietro di sé le conoscenze generali del sistema junghiano e della disciplina del reflecting. D'altronde, in Jung (come in ogni grande psicoanalista e psicoterapeuta "pioniere", Freud, Adler, Reich, Anna Freud, Klein, Lacan, Winnicott, Rogers etc.) vale una considerazione di fondo: la clinica supporta la teoria, ossia la teoria si ricava induttivamente dall'esperienza clinica, ma poi a sua volta la clinica "conferma" quanto è nelle premesse teoriche. Sicuramente, scopo comune dell'approccio psicodinamico e del reflecting è la coscientizzazione, cioè la presa di coscienza di sé/del sé, ma diverse sono le modalità di approccio.
__ Il caso di Monika (C.G.Jung, 1967, S. 389-398, Septem Sermones ad Mortuos, in Erinnerungen, Traeume, Gedanken(aufgezeichnet und herausgegeben von Aniela Jaffé, Zurich-Stuttgart, Rascher-Verlag), in questo senso, appare emblematico anche se Monika era condizionata da un tipo di cultura e di immaginario diverso da quello attuale, per cui non è ragionevole ammettere che esso si ripresenti con le stesse caratteristiche al reflector, ma, prescindendo da ciò e lavorando in ipotesi, ecco come si esplicherebbero le differenze; l'analisi comparativa dei due modus operandi. Il racconto di Monika si presenta in modo drammatico, con l'incombere della tigre che minaccia Monika (e la sua amica) saltando dalla cima di un albero sotto cui entrambe (sempre nel sogno) sono sedute, poi con un balzo si allontana dal possibile "luogo del delitto". Chiaro, nel sottotesto, che Monika si senta minacciata, che sia vittima di una minaccia.
__ Ecco come procede Jung: prescinde dalla minaccia, si rivolge invece alla definizione/descrizione dell'albero, che ricollega -ovviamente, verrebbe da dire- all'albero del bene e del male (notoriamente non solo biblico, ma che per la nostra cultura è emblematizzato nel Genesi). Quindi definisce a priori, poi chiede alla "paziente" se l'albero del sogno le richiami "qualche albero reale che abbia avuto importanza nella sua vita", facendo discendere l'albero singolo, particolare, importante per Monika da quello "universale" del Bene e del Male, un archetipo dell'immaginario collettivo.
__ Un procedimento deduttivo, ma anche di conferma: -l'albero che hai sognato è quello di cui si è detto, ora precisane meglio i contorni- questa la consegna. Solo dopo l'analista le chiede se viva "attualmente situazioni di paura" quindi risale all'eziologia o almeno cerca di risalirvi. Infine, Jung interprete-esegeta-"decriptatore" del sogno e del suo ricordo diviene quasi unilaterale: "probabilmente, il fatto che lei si sia colta mentre si perde nella miriade di vialetti sognati nel giardino, rimanda al mito di Dedalo" dove può essere che al momento la povera Monika non abbia pienamente presentificato il mito stesso, che Dedalo non sia la sua massima preoccupazione.
__ Poi ancora, nuovamente, l'eziologia: il rimando al "labirinto esistenziale", che certo vuol indirizzare Monika in una direzione ben precisa per "comprendersi", per affrontare i propri problemi.
__ Dove la domanda/ il rimando ulteriore alla "situazione della sua vita che possa essere paragonata al labirinto"? Non è che un'attualizzazione/conferma a posteriori dell'eziologia/esegesi di cui sopra. A parte il richiamo, poi, alle situazioni di serenità e angoscianti nella vita di Monika, quasi per un ideale bilanciamento tra elementi positivi e negativi e ancora una volta in funzione coscientizzante, c'è Jung profeta (sia detto ovviamente senza ironia, ma come presa d'atto fenomenologica), lo Jung "gnostico" che doveva dare anche alla sua teoria una patente di filosofia complessiva dell'esistenza, se non di Weltanschanung (C.G.Jung, 1967).
__ Ed ecco l'affermazione dello Jung profeta: "…è sotto l'albero che il Buddha ebbe la sua illuminazione…a differenza di lei, che aveva trovato sotto l'albero il senso della sua esistenza".
__ Se è vero che Jung è "moderato", non invasivo, non tallona con domande continue il "paziente" (certo meno assillante rispetto ai molti colleghi posteriori), qui si svela lo scopo della sua analisi: "Certo, Buddha era Buddha, non lei, Monika", il che non implica tanto un'ovvia svalutazione della persona, che nel confronto sarebbe forse anche accettabile, ma comunque è un'esortazione abbastanza "dura", imperiosa e imperativa, a prendere coscienza.
__ Un atteggiamento ben lontano da quello del reflector, inutile sottolinearlo, il quale avrebbe accolto e sollecitato: "…con l'amica sotto…" (accompagnato da un gesto simbolico direzionato), dando poi attualità "…sotto un…l'albero" ( "un" e "l'", l'intonazione neutra dell'articolo determinativo), ancora puntando, ma nelle riprese, sui due elementi-chiave "l'albero" e "l'amica", senza trascurare di sostare, con accompagnamento gestuale non invadente, sulla figura-tigre e la minaccia "che le salti sulla testa", per procedere alla sequenza successiva "… Invece- Sparisce -al di sopra del muro di cinta…", con mani aperte in offerta-arcata, gesti che rimandano a un allontanamento-superamento del pericolo.
__ Il reflector, dunque, sa stare in situazione, accompagna Monika, senza volerla per forza guidare in una direzione pre-stabilita, evita ogni azione interpretativa e invasiva. Ovvio che il raffronto non si propone in alcun modo di scalfire l'autorità dell'analista junghiano o del pioniere Jung, ma sottolinea, come appunto si è cercato di chiarire ab imo, differenze di metodo, che implicano anche differenze teoriche.
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